Dieci Volte Meglio: una visione dell’Italia

Le linee guida strategiche del programma

Noi crediamo che i cittadini italiani abbiano il diritto inviolabile di ricercare la propria felicità. Non si tratta di un’enunciazione di principio, ma di un elemento centrale della nostra azione e dei nostri valori: vogliamo infatti che il diritto alla ricerca della felicità sia la linea guida della politica e di uno Stato finalmente e realmente amico dei cittadini.

Metteremo al centro delle nostre azioni e delle nostre linee guida le persone. Ricercare la felicità significa - ma non solo - rivedere le politiche sociali: prima di tutto nei confronti delle donne, ma anche della persone della terza età, dei disabili, dei Millennials, della Generazione Z, di chiunque sia tenuto ai margini da una società e da una politica troppo disattenta e inefficiente. Crediamo che la diversità sia la vera ricchezza di un Paese, e lavoreremo per questo.

La nostra adesione al principio della felicità e dell’autorealizzazione è inoltre avvalorata dai principi fondamentali della Costituzione Italiana, che nell’art. 3 indica come fondamentale “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

I cittadini sono spesso vittime di ingiuste disparità, e molti talenti vengono sprecati. C’è quindi l’immediata necessità di cambiamenti concreti, e questo sia diffondendo una maggiore sensibilità che adottando azioni positive. Queste alcune azioni positive che vogliamo sostenere:

  • Rafforzamento del lavoro agile, con il molteplice obiettivo di permettere ai lavoratori una migliore conciliazione tra vita privata e lavoro, insieme ai benefici ambientali legati a una sensibile riduzione del traffico pendolare, migliorando in definitiva la qualità della vita di tutti i cittadini.
  • Sostegno della genitorialità e della famiglia, per favorire la conciliazione dei tempi del lavoro con quelli da dedicare all’educazione dei figli, attività che non può e non deve essere delegata esclusivamente alla scuola.
  • Politiche sanitarie e sociali che consentano la cura degli anziani e dei malati nel loro ambiente familiare, circondati dagli affetti dei loro cari.
  • Politiche sociali per i diversamenti abili: vogliamo rendere le città e i luoghi pubblici realmente fruibili e offrire ai disabili la concreta possibilità di realizzarsi nella vita e nel lavoro.
  • Politiche volte al conseguimento di una reale parità di trattamento lavorativo uomo-donna (sia contrattuale che retributiva) a parità di funzione e ruolo.
  • Interventi concreti per la creazione di lavori innovativi e nuovi posti di lavoro per diminuire il drammatico numero di giovani disoccupati.
  • Programmi di educazione e formazione nei confronti dei giovani NEET (Not in Education, Employment or Training: cioè coloro che disoccupati, hanno smesso di cercare lavoro ma anche di seguire percorsi educativi), degli over 50 e di tutte le categorie di lavoratori disoccupati e senza prospettive, per un concreto inserimento o rientro nel mondo del lavoro.

Il nostro obiettivo è ottenere sia nel breve termine che in prospettiva significativi progressi per chiunque non sia incluso a pieno titolo nella società. Il principio fondamentale in cui crediamo è che la maggiore diversità corrisponda a una maggiore ricchezza: vogliamo quindi dare la possibilità a tutti coloro che sono tenuti ai margini di vivere integrati e contribuire al benessere del nostro Paese, nel rispetto delle regole e dei principi della società.

In Italia la disoccupazione ha raggiunto livelli impressionanti. Siamo di fronte ad un vero e proprio allarme sociale che colpisce i giovani, le donne, gli over 50, vittime della crisi e di competenze da rigenerare. È doloroso constatare l’amarezza degli studenti che stanno perdendo la speranza nel futuro e ammettono la loro paura di doversi accontentare.

La popolazione italiana in età lavorativa effettivamente occupata è stata nel 2016 il 61,6%, uno dei dati peggiori nell’Unione Europea (media 71,1%). Quella femminile è il 51,6%, superiore solo a quello della Grecia (media UE 65,3%). In tutti i Paesi europei i laureati hanno un tasso di occupazione medio molto più elevato che in Italia (dove si attesta al 77,5%). Inoltre i laureati italiani tra i 30 e i 34 anni sono solo il 26,2% contro una media UE del 39,1%: l’unico dato peggiore è quello della Romania. I lavoratori part-time italiani sono il 19,8% nella classe d’età 25-49 anni, mentre per le donne il dato sale al 35,1%.

Se dai numeri statistici scendiamo nel concreto, emergono innumerevoli storie di disperazione, rinuncia, abbandono degli studi e della ricerca di un lavoro, dipendenza dai poteri locali per un “posto di lavoro”, emigrazione, part-time involontario, lavoro intellettuale sottopagato, lavoro discontinuo senza tutele, lavoro nero.

Ma c’è anche un’Italia molto migliore, con aziende competitive, standard contrattuali e di sicurezza tra i migliori del mondo, piccole aziende efficienti e creative, manager e professionisti di rilevanza internazionale. Non possiamo più sopportare la divergenza tra queste due versioni dell’Italia: seguendo l’esempio delle migliori pratiche possiamo fare 10 Volte Meglio. In poco più di cinque anni si possono generare tre milioni di posti di lavoro qualificati:

  • 300 mila grazie alle politiche ambientali ed energetiche
  • 750 mila sviluppando le tecnologie emergenti
  • 1.500.000 valorizzando le risorse del turismo
  • 450 mila rivitalizzando i settori tradizionali

Turismo, Ambiente/Energia e Innovazione tecnologica sono punti trattati specificatamente nel nostro programma e rimandiamo quindi ai singoli capitoli.

Per i settori tradizionali una delle nostre proposte è ad esempio il rilancio dell’edilizia tramite un piano casa che preveda esenzioni fiscali importanti per chi ristruttura un immobile secondo le leggi più ambiziose in tema di risparmio energetico (come quelle vigenti in Alto Adige, tra le più severe al mondo). Proponiamo inoltre la creazione di una “banca dell’indice di fabbricabilità” per la regolamentazione delle nuove costruzioni: in caso di demolizione di fabbricati obsoleti si rende disponibile la vendita del relativo indice di fabbricabilità per la realizzazione di un nuovo fabbricato. Questo meccanismo deve diventare l’unica modalità per la costruzione di nuovi volumi, seguendo cioè il concetto di “volume zero” e non di “cemento zero”.

Di seguito le principali direttrici sulle quali vogliamo focalizzare il nostro intervento nel settore.


2.1 Sviluppo delle competenze


Realizzare un piano accelerato di creazione delle competenze necessarie alle aziende più avanzate, in particolare profili tecnici. Favorire la specializzazione delle competenze all’interno delle aziende. Creare un sistema nazionale di rilevazione della domanda di competenze. Nonostante l’alto tasso di disoccupazione, molte aziende italiane faticano a trovare le competenze necessarie allo sviluppo di settori chiave per la crescita: progettisti e sviluppatori di software, tecnici di fabbrica, analisti e data manager, esperti di sicurezza informatica e di comunicazione digitale e in genere profili tecnici disposti ad affrontare un percorso di specializzazione.

Esiste inoltre la realtà dei NEET, cioè coloro che disoccupati e in giovane età, hanno smesso di cercare lavoro ma anche di seguire percorsi educativi. A oggi sono oltre 2 milioni (fonte ISTAT): vogliamo ridurli dell’80%. Anche per questa categoria di lavoratori intendiamo promuovere lo sviluppo delle competenze, grazie a percorsi formativi su scala nazionale, volti a creare professionalità e riqualificazione nei settori del digitale, del turismo e dell’assistenza.

L’allineamento delle competenze tra sistema educativo e azienda è particolarmente difficile sia per la carenza di scuole e università ma anche per la difficoltà di molte aziende, specialmente di piccole dimensioni, di esprimere con chiarezza i fabbisogni, di pianificarli, di sviluppare internamente le competenze specifiche. La carenza di queste competenze crea anche un forte limite agli investimenti esteri in Italia e allo sviluppo locale delle nostre aziende più grandi. Occorre quindi un piano accelerato per colmare questi gap, basato su:

  • Una task force dedicata alla progettazione di dieci corsi con contenuti tecnici di base, da realizzare in università, istituti tecnici e professionali selezionati con criteri di merito, attingendo per l’erogazione anche a docenti straordinari provenienti dal mondo professionale.
  • La creazione di classi miste composte da giovani e lavoratori in fase di riqualificazione, allo scopo di creare un mix culturale efficace, elemento fondamentale per integrare le competenze tecniche.
  • L’orientamento e l’avviamento del percorso di ricerca del lavoro all’interno del ciclo scolastico, potenziando i sistemi di contatto tra scuola e azienda, sviluppando le iniziative di alternanza scuola-lavoro, strutturando le banche dati di domanda e offerta.
  • Un sistema nazionale di rilevazione della carenza di competenze specialistiche (skill gap), realizzato con la riconversione dei Centri per l’Impiego e il supporto delle Agenzie private per il lavoro, parzialmente finanziato con le risorse europee di “Garanzia Giovani”.
  • La specializzazione del percorso d’apprendistato dedicato ai profili tecnici, assistiti da incentivi (contribuzione figurativa), con obbligo di realizzare e utilizzare sistemi di knowledge management aziendali, percorsi di auto-verifica e certificazione esterna.
  • La valorizzazione di mestieri artigianali riconosciuti nel mondo come eccellenze italiane: quei mestieri che ad esempio hanno ricostruito sapientemente il Petruzzelli o la Fenice, o quelli che consentono di realizzare tessuti e lavorazioni di pelli per l’alta moda internazionale.
  • Un ultimo tema con importanti risvolti in materia di lavoro è l’inclusione a pieno titolo di quanti migrino nel nostro Paese dimostrando competenze e volontà di integrazione nel rispetto del nostro modello sociale, per sostenere e valorizzare il loro contributo allo sviluppo comune.

2.2 Contratti solidi, semplici, flessibili


Semplificare e ridurre la normativa del Lavoro a un Codice basato su pochi chiari articoli, in grado di orientare la contrattazione collettiva, aziendale e individuale, evitando formulazioni che favoriscono incertezze, contenziosi e ambiguità. Eliminare la distinzione tra lavoro pubblico e privato in termini di contratti applicati e normativa di regolamentazione.

Per troppi decenni il dibattito italiano sul lavoro è stato ridotto al braccio di ferro sull’art. 18, al duello tra tempo determinato e indeterminato, alla competizione tra contratto nazionale, territoriale, aziendale e micro-settoriale. Norme e contratti hanno difeso in modo maniacale alcuni elementi retributivi e regolamentari, senza aumentare però le retribuzioni nette medie più basse dei principali paesi europei, una massa di lavoratori marginalizzati, lunghi tempi di ricollocazione dei disoccupati. Pochissimo spazio è stato lasciato a politiche aziendali basate sul merito, allo sviluppo di organizzazioni flessibili e delle competenze come leva di crescita economica e professionale. Il settore pubblico è rimasto chiuso in regole e modelli che trascurano merito, impegno, crescita economica e professionale, in virtù di una stabilità del posto di lavoro sempre meno sostenibile. I lavoratori precari abbondano nella scuola, negli enti locali e anche talvolta nelle amministrazioni centrali.

Dalla Riforma Biagi al Jobs Act il percorso evolutivo si è sviluppato tra mille ostacoli, anche drammatici, con ritardi, soluzioni parziali, incertezze applicative. La riforma Madia del pubblico impiego ha aperto alcune linee di sviluppo, fortemente ridimensionate rispetto alle premesse, e non ha colmato il gap con il settore privato. Partendo da una normativa semplificata e stabile nel tempo occorre favorire lo sviluppo di una contrattazione su più livelli, secondo alcune linee guida:

  • Contrattazione nazionale estesa a tutti i settori/tipologie di lavoro ma semplificata nel numero di contratti (solo quelli firmati dalle organizzazioni più rappresentative nei rispettivi ambiti) e nei contenuti (regole in entrata/uscita, retribuzione di base, welfare, tutele principali, eliminando le declinazioni organizzative e territoriali).
  • Contrattazione aziendale e distrettuale concretizzata in accordi orientati alla produttività, alla flessibilità di orari e retribuzioni, allo sviluppo di competenze, ai servizi locali e al welfare aziendale, alla solidarietà e al sostegno dell’occupazione.
  • Sistema nazionale di politiche attive del lavoro, completando il trasferimento di risorse dalle politiche passive (es. CIGS) e dotando l’Agenzia nazionale (ANPAL) di risorse e autonomia sufficienti per guidare e integrare le azioni e i programmi regionali.
  • Sviluppo del welfare contrattuale e delle forme solidaristiche in grado di aumentare sicurezza e tranquillità anche nei periodi di carenza di retribuzione e contemporaneamente ridurre l’impegno di risorse pubbliche.
  • Adattamento della contrattazione alle esigenze di società multinazionali, attraverso la portabilità nell’Unione Europea delle contribuzioni al welfare, l’integrazione dei servizi e lo sviluppo di servizi destinati alla mobilità abitativa (utilizzabili anche all’interno del territorio nazionale).
  • Distribuzione degli oneri legati alla discontinuità (apprendistato, disoccupazione, part-time per esigenze familiari, chiusura di contratto a termine) corretta e omogenea tra la collettività, l’azienda e il lavoratore.
  • Applicazione della normativa privata del lavoro anche al settore pubblico; non servono forme di garanzia specifiche, ma la corretta estensione di norme e tutele definite per il settore privato più qualificato.

2.3 Lavoro dipendente e lavoro autonomo


Superare la distinzione tra lavoro dipendente e lavoro autonomo, per liberare il secondo e le micro-imprese da oneri e adempimenti che ne rallentano l’azione. La flessibilità di organizzazioni e filiere richiede lavoratori agili, di elevata professionalità, concentrati sui risultati e non sugli adempimenti. La micro-impresa è spesso una forma di lavoro su base familiare o amicale, alla quale è sbagliato applicare le regole di un’azienda vera e propria. Il dibattito tra figure autonome o dipendenti è ozioso: eliminiamo le stratificazioni normative e culturali e concentriamoci sul cuore del problema: il lavoro.

Esiste ancora una vera distinzione tra lavoro autonomo e dipendente? Davvero possiamo considerare “dipendente” un direttore generale e “autonomo” un giovane avvocato di un grande studio? Un project manager rispetto ad un agente monomandatario? Un lavoratore in una società di consulenza informatica rispetto a un consulente tributario? Le aziende moderne si organizzano consentendo vari gradi di autonomia alle diverse componenti organizzative, misurate in base a obiettivi, in un quadro di regole interne dinamico e in costante evoluzione, integrando e scorporando rami e intere aziende, settori di business, organizzazioni territoriali.

Lo stesso accade anche all’interno delle professioni “storiche” (avvocati, commercialisti, architetti, ingegneri, medici, dentisti): l’evoluzione verso forme organizzative più ampie, con gerarchie e suddivisione del lavoro professionale ben definite, è senza dubbio in atto da tempo. Il lavoro si svolge in un continuum in cui il grado di dipendenza gerarchica è sempre meno riconoscibile e meno rilevante. Ciò che accumuna questi lavoratori sono norme e adempimenti pesanti e onerosi, difficilmente gestibili senza l’ausilio di consulenti e che richiedono il confronto con uffici pubblici governati da procedure burocratiche, farraginose e spesso incomprensibili. Tanto tempo e reddito sottratti al lavoro, in cambio di una presunta flessibilità fiscale, tale solo nelle parole.

Il simbolo del complesso mondo del lavoro autonomo è il termine famigerato Partita Iva, nato come semplice codice e divenuto simbolo di lavoratori senza volto, senza riconoscimento, senza personalità sociale: solo le undici cifre della Partita Iva. Sei un giovane che inizia un’attività professionale procurandosi i primi clienti? Non trovi un vero lavoro organizzato in azienda e intanto decidi di accettare una collaborazione? Hai perso il lavoro, hai più di 50 anni, nessuno ti assume ma puoi fare qualche consulenza? Apri la Partita Iva: avrai un impegno a tempo pieno! Peccato che buona parte del tempo non generi redditi, ma costi. Noi proponiamo di abolire le Partite IVA al di sotto di 80 mila euro di giro d’affari.

Le Partite Iva italiane sono 8 milioni, di cui 6 milioni attive e ben 4 milioni riferite a persone fisiche. 10 Volte Meglio auspica una riforma in questo ambito, assolutamente necessaria e urgente, basata su criteri di semplificazione e flessibilità, prendendo spunto dalle migliori pratiche internazionali:

  • Contratti di lavoro auto-organizzato, con remunerazione basata su parametri orari o di risultato, senza vincoli di orario o di esclusiva; contratti derivati da quelli del lavoro dipendente (ridefinito “lavoro organizzato”), con equivalenza di trattamento fiscale, contributivo e assistenziale, ritenute alla fonte e altri adempimenti a carico delle aziende committenti.
  • Estensione universale delle tutele per disoccupazione involontaria, malattia, assistenza familiare.
  • Agevolazioni alla creazione di fondi di solidarietà per professionisti e lavoratori sotto-occupati, basati su piattaforme di condivisione di beni e servizi e solo in via residuale sull’erogazione di sussidi a integrazione del reddito.
  • Contratto di lavoro auto-organizzato familiare, utilizzabile per servizi o piccole attività produttive gestibili dai componenti di una famiglia, senza necessità di costituire un’impresa.
  • Agevolazioni alla creazione di cooperative che raggruppino persone collaboranti in modo intermittente e non continuativo, in particolare artisti, scrittori, giornalisti, web developer. La cooperativa si può occupare di servizi come marketing, contatto clienti, contratti, fatturazione, recupero crediti e adempimenti fiscali, a fronte di una piccola quota dei compensi dei lavoratori, che sono soci e regolati da un contratto di lavoro auto-organizzato.
  • Apertura di Partita Iva solo in presenza di struttura aziendale, anche in outsourcing, con previsione di fatturato superiore a 80 mila euro, come indicato nel programma per le imprese.
  • Anche alle micro-imprese, o almeno quelle in cui il reddito degli imprenditori e dei loro familiari raggiunge almeno il 40% dei ricavi, vanno applicati criteri amministrativi e fiscali fortemente semplificati, evitando di applicare modelli di derivazione aziendale a realtà quasi interamente basate sul lavoro dei titolari.
  • Contratto di lavoro imprenditoriale, con remunerazione basata su parametri standard, ricavati dalle retribuzioni delle figure direttive più simili (ad esempio store manager di una catena allineato a commerciante dello stesso settore, capo reparto allineato a titolare di piccola azienda meccanica, project manager allineato a titolare di società di consulenza informatica), con equivalenza di trattamento fiscale, contributivo e assistenziale, ritenute alla fonte e altri adempimenti a carico delle aziende committenti.
  • Agevolazioni all’utilizzo di strumenti e piattaforme di erogazione di credito.
  • Struttura di bilancio semplificata e applicazione, in caso di crisi, di normative ricavate da quelle del lavoro (politiche attive di riconversione professionale), liquidazione rapida e semplificata, senza applicazione della normativa fallimentare.

Tutte le misure rappresentate presuppongono l’utilizzo di strumenti di pagamento tracciabili e significative limitazioni all’uso del contante.


2.4 Cuneo fiscale e contributivo


In Italia la differenza tra costo del lavoro e retribuzioni nette è particolarmente alta: è una causa rilevante del basso tasso di occupazione e rende molto conveniente il lavoro nero. La spesa pubblica elevata, l’evoluzione demografica sfavorevole e l’alto debito statale rendono difficile ridurre imposte e contributi, ma una distribuzione più equa degli oneri è possibile.

La platea dei contribuenti italiani è troppo limitata e il gettito è fortemente eroso dall’evasione. Il lavoro è tassato in modo troppo disomogenea. Le misure indicate nei paragrafi precedenti e nel capitolo del programma dedicato alla tassazione contribuiscono ad allargare e stabilizzare la platea dei lavoratori contribuenti, applicando sistemi di prelievo più equi, garantendo tutele universali e ponendo a carico di tutta la collettività gli oneri di assistenza, disoccupazione e sotto-occupazione, oggi interamente gravanti sul lavoro.

I benefici della semplificazione non vanno a ridurre direttamente il cuneo fiscale e contributivo, ma liberano risorse economiche e ore di lavoro per incrementare la competitività di lavoratori e piccole aziende.

L’Italia nei prossimi cinque anni può e deve acquisire e mantenere una posizione di influenza e leadership mondiale nelle tecnologie emergenti: intelligenza artificiale, robotica, manifattura intelligente, trasporti, energie rinnovabili, nano e biotecnologie, nuove frontiere della medicina. Il potenziale di trasformazione sociale, economica e culturale che le tecnologie emergenti possono apportare è enorme e, soprattutto, rappresenta anche per altri Paesi la base per una trasformazione virtuosa e sostenibile nel futuro.

Un vantaggio competitivo in questi settori industriali nel prossimo futuro consentirà al Paese di vivere un nuovo rinascimento digitale e tecnologico che porterà i suoi frutti per decenni. Creeremo dunque una nuova leadership industriale e tecnologica, incentivando anche la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione. E lo faremo agendo in diversi settori di sviluppo e attuando le misure del nostro programma.


3.1 Zone “tax free” ed Ecosistemi tecnologici


Favoriremo lo sviluppo della nuova leadership industriale mediante la creazione di alcune zone “tax free”, con l’obiettivo di facilitare l’insediamento e il rafforzamento nei settori strategici. Queste aree, collocate in tutto il Paese, richiameranno la presenza di aziende italiane e straniere (mantenendo quella delle imprese esistenti) grazie a una serie di benefici, tra i quali un’aliquota delle imposte dirette al 5% per dieci anni e un’aliquota stabile al 20% per gli anni successivi.

Inoltre, per le nuove assunzioni a tempo indeterminato (lungo un periodo di dieci anni) l’azienda sosterrà un costo per i dipendenti pari allo stipendio lordo, con l’eliminazione di ogni onere fiscale aggiuntivo. Le aree nelle quali verranno create le zone "tax free" vedono le imprese italiane potenzialmente ai vertici mondiali grazie a ricerca e competenze. Le agevolazioni consentiranno inoltre la nascita di nuovi distretti tecnologici. Richiameremo in Italia nuovi investimenti, che permetteranno la nascita o il rafforzamento di distretti tecnologici e di nuove aziende del settore in tutto il Paese, a fronte di una comprovata ricaduta in termini di posti di lavoro generati.

Le aree tecnologiche su cui l’Italia deve puntare sono quelle in cui è dimostrabile un livello di eccellenza e dove le competenze sono consolidate. In questi ambiti vogliamo costruire una leadership tecnologica che sia tangibile nel confronto con i mercati esteri e che punti a rafforzare la rete di imprese tecnologiche italiane. Vogliamo partire dalla valorizzazione delle qualità del Paese e dal vero Dna produttivo e creativo dell’Italia.

Verrà quindi definito un programma di incentivazione alla crescita in questi settori tecnologici:

  • Nanotecnologie e nuovi materiali
  • Genetica e biotecnologie
  • Robotica e intelligenza artificiale
  • Mobilità elettrica intelligente, guida autonoma
  • Chimica, cosmetica e farmaceutica
  • Agritech e agrifood
  • Blockchain IoT (Internet of Things)
  • Realtà virtuale e aumentata

Per questi settori saranno promossi incentivi alla ricerca orientata allo sviluppo di applicazioni utili all’industria. Tra le tecnologie digitali abilitanti lo sviluppo delle aree tecnologiche, citiamo l’intelligenza artificiale (Machine Learning, Big Data, Ottimizzazione etc.), le reti informatiche distribuite (es: Blockchain) e l’Internet of things (IOT), la realtà aumentata e virtuale (AR/VR). Tutti gli stakeholder (ricerca, industria, startup, governo, fondi di investimento) saranno chiamati a partecipare e allo sviluppo di progetti integrati, in multi-operabilità.

Gli ecosistemi non saranno gestiti da enti governativi ma da soggetti privati con i necessari requisiti tecnici e finanziari. Le istituzioni manterranno una supervisione per garantire la trasparenza e monitorare le responsabilità. La creazione di questi ecosistemi accelererà la creazione di progetti e prodotti per i mercati nazionali ed esteri, massimizzando la disponibilità di competenze tra le piccole e le medie imprese e favorendo contemporaneamente l’allocazione di capitali nei progetti con maggiore valore.

Gli ecosistemi lavoreranno in partnership tra di loro, con approccio di filiera. Il governo favorirà il loro sviluppo grazie a particolari disposizioni in termini di riduzione dell’aliquota Iva (fino a un massimo del 40% del valore attualmente applicabile per ogni capo di spesa), per i soggetti operanti all’interno dell’ecosistema e su progetti realizzati con gli altri attori all’interno dello stesso ecosistema.


3.2 Trasformazione digitale del Paese: semplificazione della Pubblica Amministrazione attraverso le tecnologie digitali


Favoriremo la creazione di ecosistemi digitali in settori in cui la Pubblica Amministrazione, e quindi il cittadino, soffrono ancora di un’arretratezza tecnologica che è la vera causa della disfunzionalità del nostro Paese. Utilizzeremo le tecnologie esponenziali per attivare nuovi processi, più efficienti, nei settori della Sanità, della Scuola, della Giustizia, nella Mobilità e Trasporti, nella Sicurezza.

Per ciascuno di questi settori saranno create infrastrutture digitali che, attraverso l’implementazione di piattaforme abilitanti, semplificheranno i processi della Pubblica Amministrazione e permetteranno di automatizzare processi oggi tediosi e inefficienti. Questo sarà realizzato con particolare attenzione al corretto uso dei dati (in ottemperanza al regolamento generale sulla protezione dei dati – GDPR, General Data Protection Regulation - in materia di privacy).

Sappiamo che le tecnologie ad avanzamento esponenziale, se correttamente utilizzate, potranno migliorare il rapporto tra cittadino e Pubblica Amministrazione. Consentiranno al cittadino di accedere ai servizi pubblici in maniera veloce e semplice, con conseguente riduzione dei costi per la stessa Pubblica Amministrazione. Il risparmio di spesa potrà essere utilizzato in altri settori di intervento e nella manutenzione dei sistemi, rendendo così la macchina pubblica sempre più efficiente. Il processo di digitalizzazione porterà inoltre altri due benefici:

  • Maggiore trasparenza nel rapporto tra pubblico e privato.
  • Maggiore collaborazione tra pubblico e privato nell’individuazione delle piattaforme necessarie alla trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione.

Per facilitare lo sviluppo del primo punto saranno promosse le pratiche di e-procurement, attraverso le quali sarà possibile ottenere una maggiore trasparenza dei dati nel rapporto tra cittadino e Pubblica Amministrazione, anche eventualmente utilizzando tecnologie di public ledger come la blockchain.

Rispetto invece alla individuazione delle piattaforme per la trasformazione digitale, e per favorire l’opportunità di crescita economica delle imprese, si incentiverà la Pubblica Amministrazione a utilizzare prodotti e servizi già reperibili sul mercato e quindi offerti dal mondo delle imprese private, invece di sviluppare progetti all’interno della Pubblica Amministrazione stessa. Anche in questo spingeremo verso la cultura della Open Innovation e della collaborazione pubblico-privato e tra piccole e grandi imprese, sempre mantenendo trasparenza e tracciando le responsabilità.


3.3 Potenziamento della Sicurezza informatica del Paese: Cybersecurity


La sicurezza informatica è, e sarà sempre di più, uno dei temi più importanti - e inquietanti - per tutti i Paesi del mondo. Secondo l’Unione Europea è al secondo posto tra le emergenze che potrebbero portare conflittualità a livello globale, tra i cambiamenti climatici e l’immigrazione. Secondo la Banca d’Italia nel 2016 il 47% delle piccole, medie e grandi imprese italiane ha subìto un attacco informatico. Il costo del danno arrecato da ogni attacco andato a buon fine è stimato in circa 3,5 milioni di euro. Pertanto è necessario costruire da subito un sistema di sicurezza cibernetica che non sia soltanto di prerogativa pubblica, bensì estendibile a tutta la rete imprenditoriale privata.

Inoltre, secondo i dati del centro studi dell’Università Sapienza sulla sicurezza informatica, nel 2020 saranno vacanti 3 milioni di nuovi posti di lavoro nello stesso settore in Europa e almeno 300.000 nuove posizioni dovranno essere coperte in Italia per far fronte agli attacchi informatici. Per questo motivo il nostro programma prevede di creare un processo di sviluppo del settore della sicurezza informatica attraverso incentivi e strategie di implementazione quali:

  • Partnership multi-stakeholder - ricerca, industria, governo - per creare piattaforme di sicurezza per il Paese in grado di generare uno scudo solido contro gli attacchi cibernetici.
  • Incentivazione delle imprese all’adozione di strumenti per lo sviluppo di progetti per la sicurezza cibernetica, in partnership con i centri di ricerca e le startup.
  • Incentivazione delle imprese all’acquisto di sistemi e servizi per la sicurezza disponibili sul mercato.
  • Promozione della cultura e sensibilizzazione verso il problema, mediante il sostegno a percorsi formativi e di apprendimento degli elementi di primo livello di conoscenza del problema.
  • Incentivi alla formazione di risorse interne alle aziende per l’espletamento delle funzioni necessarie a garantire la capacità di difesa da attacchi informatici.

3.4 Sviluppo di nuove imprese tecnologiche e internazionalizzazione


Seguendo quanto fatto nel programma di incentivazione per le startup dal MISE fino ad oggi, il nostro programma prevede di mantenere attivi i piani di crescita e sviluppo di startup innovative, rinnovando gli attuali provvedimenti in materia di finanziamento alle imprese, per l’avviamento e l’acquisizione degli strumenti funzionali alla digitalizzazione.

Si manterrà attivo il provvedimento che prevede l’incentivazione alla trasformazione 4.0 di medie e grandi imprese, con l’inserimento di ulteriori incentivi per l’adozione di strumenti, prodotti e servizi che vengano dall’esterno dell’impresa stessa. Saranno incrementate le misure per l’internazionalizzazione delle startup, prevedendo incentivi per le grandi imprese italiane all’estero che vorranno cooperare con le startup nei paesi stranieri.

Riteniamo che l’accelerazione della crescita e l’internazionalizzazione delle startup siano legate fortemente alla loro capacità di fare alleanze con imprese più grandi e già forti sui mercati esteri.

In questo ambito saranno attivati dei voucher per l’internazionalizzazione cui le startup potranno accedere se il progetto di internazionalizzazione prevede la partnership con imprese più grandi già presenti all’estero (nella distribuzione o nella produzione); tali grandi imprese, al contempo, potranno godere di una detassazione relativa a parte del costo sostenuto per il progetto di internazionalizzazione della startup.


3.5 Sviluppo di un nuovo sistema economico industriale collaborativo: Open Innovation e Trasferimento tecnologico


Il Trasferimento tecnologico dalla ricerca all’industria è alla base della capacità del nostro Paese di generare innovazione. Tuttavia i dati a riguardo in Italia sono molto deludenti, comparati con le medie europee. In Italia solo il 12,1% delle imprese innovative ha collaborato con i ricercatori. È il valore più basso in Europa, dove la media è pari al 26,5%. Eppure L’Italia mostra un’altissima capacità in termini di numero di pubblicazioni scientifiche in diversi settori, come ad esempio nel campo biomedico, dove è tra i primi quattro paesi del mondo.

Questo accade per una serie di motivi che si riassumono nell’ancora limitata capacità degli operatori della ricerca di cogliere le esigenze del mercato e quindi dell’industria. La sfida da vincere è quella che sta in un cambio di approccio della ricerca, oggi maker-centric, a una prospettiva più consona ed efficace, orientata verso la domanda e centrata sull’utente (user-centric). Questo cambio di paradigma si deve combinare con l’interesse dell’industria a recepirlo e apre la via a una società dell’innovazione collaborativa e aperta: la società dell’Open Innovation.

A tale proposito il nostro programma prevede un sistema di incentivazione per:

  • Filiere di trasferimento tecnologico in ciascuna delle aree identificate come ecosistema;
  • Programmi di formazione di figure professionali idonee alle attività di valorizzazione dei risultati della ricerca;
  • Percorsi di co-ricerca e co-sviluppo avviati a partire dall’individuazione di esigenze di mercato, in contrapposizione alla tendenza attuale di una definizione a posteriori al solo scopo di sviluppare progetti di interesse non collegati a una reale opportunità commerciale.

I programmi di sostegno alla ricerca di base rimarranno comunque garantiti nelle misure previste dalle disposizioni comunitarie. Anche in questo caso l’industria beneficerà di sgravi fiscali in continuità con quelli previsti dal Patent Box, ma soltanto nel caso di reale inserimento sul mercato dei risultati della ricerca valorizzata.


3.6 Incentivazione allo sviluppo di tecnologie e prodotti con impatto positivo nella società in riferimento ai 17 Obiettivi sullo Sviluppo Sostenibile


Le nuove tecnologie possono rappresentare un grande punto di svolta nel raggiungimento di questi risultati. Attraverso le tecnologie ad avanzamento esponenziale e le ricerche in molti settori, da quello energetico a quello alimentare, dall’intelligenza artificiale alla robotica, tutte le nuove e vecchie competenze in materia di tecnologie possono e devono concorrere e rendere lo sviluppo più sostenibile per il pianeta.

Per tale ragione saranno studiati e avviati programmi di incentivazione allo sviluppo di tecnologie e applicazioni che abbiano impatto sociale positivo in termini di sostenibilità, così come previsto dai 17 SDGs (Sustainable Development Goals facenti parte dell’agenda per lo sviluppo sostenibile approvata dalle Nazioni Unite il 25 Settembre 2015). Tutti i Paesi saranno chiamati a contribuire e saranno valutati sulla base delle loro capacità performative in termini di risultati misurabili, attraverso una serie di parametri e indicatori (17obiettivi, 169 target e 240 indicatori).


3.7 Investimenti in Ricerca di base e applicata


Ci impegniamo a perseguire politiche volte ad aumentare gli investimenti italiani non al 2,03% della media europea, ma al 3% fissato dal trattato di Lisbona. I primi obiettivi per rivitalizzare il settore della ricerca accademica sarà diretto all’implementazione di misure già sperimentate con successo all’estero, in economie simili alla nostra, e che hanno dato prova di essere attivabili essenzialmente a costo zero, grazie a una combinazione di costi contenuti e di rapidi effetti espansionistici sull’economia.

In aggiunta ai programmi di ricerca come i PRIN, bisogna sostenere i singoli ricercatori nel settore pubblico, con programmi di finanziamento che non richiedano la formazione di cordate con le istituzioni più potenti nella politica accademica, ma che abbiano una regolarità temporale certa e una probabilità di accettazione che si assesti sul 30%, come avviene in Germania. Le valutazioni sulla distribuzione dei finanziamenti devono essere fatte da commissioni indipendenti, anche composte da membri non italiani.

Un’altra importante azione mirata ad incentivare le attività di ricerca nel settore privato è la valorizzazione del titolo di dottorato con programmi ispirati alla legge “Jeunes Docteurs” francese, offrendo per esempio un rimborso completo dei primi due anni dello stipendio di un dottore di ricerca al suo primo contratto a tempo indeterminato in attività di ricerca. La misura ha completamente rivoluzionato il panorama della ricerca privata in Francia, trasformando la regione dell’Île de France in uno dei centri mondiali di innovazione tecnologica. È una misura a costo estremamente ridotto, dato che i rimborsi sono posteriori, e conseguenti, a investimenti privati in settori ad alta crescita e in particolare alla creazione di startup innovative.

Metteremo inoltre in cantiere un programma di fellowship post-dottorali nazionali. Questi programmi, che già esistono in quasi ogni altra economia avanzata al mondo (URF nel Regno Unito, JSPS Fellowship in Giappone, von Humboldt Fellowship in Germania, la Caixa in Spagna, ecc.) permettono di trattenere e attrarre le menti più brillanti in Italia a costi estremamente contenuti, stimati in meno di 3 milioni di euro per anno.

Favoriremo l’attrazione di talenti stranieri – oggi presenti solo in pochissime realtà di ricerca italiana – con programmi che sfruttino il sistema Europa. Un esempio è il SFI Irlandese (SFI ERC Development), che offre una posizione e un finanziamento automatico, ancorché parziale (0.5 milioni di euro contro i circa 2 milioni coperti da un progetto ERC), a chiunque abbia un progetto europeo dichiarato finanziabile ma non finanziato, da ri-presentare attraverso un’istituzione irlandese. Si tratta di una misura che attrae i migliori talenti, offrendo un alto moltiplicatore dell’indotto generato essenzialmente a costo zero, data l’alta probabilità che i progetti già classificati come finanziabili siano effettivamente finanziati l’anno successivo. È chiaro da questo esempio che se le politiche fossero fatte con una visione europea, si potrebbero tradurre in un investimento “sicuro”, sia in termini economici che in termini di talent pool.

Infine è necessario un ampio snellimento burocratico sull’utilizzo dei fondi pubblici di ricerca: oggi la documentazione e le procedure richieste per attività di acquisto o spesa nell’ambito di un progetto finanziato dallo Stato sono inefficienti e frustranti. Bisogna dare fiducia e libertà di azione al fine di raggiungere gli obiettivi di ricerca in maniera più efficiente possibile. Inoltre gli stipendi dei ricercatori vanno adeguati progressivamente agli standard (ad esempio francesi).

Solo gli investimenti potranno essere il motore dello sviluppo e del rilancio dell’Italia, quindi il nostro impegno è quello di rigenerare il desiderio di fare impresa. Dobbiamo sostenere e dare forza alle imprese esistenti o ripensate (re-startup), oppure riaggregate secondo nuove logiche di creazione del valore. Vogliamo impegnarci in piani industriali di investimenti e detassazioni in settori ad alto potenziale (ambiente, tecnologie emergenti, digitalizzazione, per i quali si rimanda agli specifici punti di programma). Dobbiamo favorire anche le nuove imprese, garantendo gli strumenti per cogliere le opportunità emergenti da un contesto in grande evoluzione: disponibilità di denaro a costo molto basso, tecnologie dirompenti, mercati internazionali accessibili e in crescita. Nello specifico vogliamo intervenire lungo le direttrici principali qui riportate.


4.1 Introduzione di meccanismi di incentivazione del Venture Capital per le aziende in startup


Su settori e progetti di interesse nazionale l’obiettivo è creare dei fondi disponibili per il Venture Capital. Questo può essere effettuato ad esempio individuando una percentuale fissa degli investimenti istituzionali per il finanziamento dei progetti di Venture Capital.

Vogliamo inoltre permettere che soggetti privati che investono in iniziative di startup (nuove aziende, progetti di giovani o donne, tecnologie, ricerca), ottengano la detrazione fiscale come investimenti in sviluppo. Questo in parte è stato previsto recentemente nei cosiddetti PIR, ma è ancora limitato: bisogna dare un forte impulso a tutta l’innovazione ed alla creazione di nuove imprese conferendo spinta ai progetti di nuova generazione.

Infine è cruciale l’adozione di un regime semplificato di impresa (la startup appunto); occorre una facilitazione amministrativa di licenze, permessi, registrazioni, oneri burocratici e pesanti ostacoli operativi alla partenza delle iniziative imprenditoriali. Vanno definite le regole per l’applicazione del regime “favorevole”, sia in termini di tipologie e durata delle detrazioni, sia in termini di tempi in cui la startup deve evolvere nelle forme giuridiche di SpA e Srl, rientrando quindi in un regime normale. In questo ambito siamo favorevoli e supportiamo le istanze sostenute da StartupACT (www.startupact.it).


4.2 Incentivazione della costituzione di nuove imprese nei processi di ristrutturazione aziendale


Garantire un regime fiscale “favorevole” (specialmente in termini di contributi) durante il periodo di spin-off di fasi o reparti di lavorazione nella costituzione di nuovi soggetti economici a seguito di ristrutturazione, nei casi in cui siano i dipendenti stessi o il management che procede al salvataggio o al risanamento.


4.3 Supporto allo sviluppo di nuove forme di aggregazione e cooperazione per favorire modelli di business competitivi a livello internazionale


Gli incentivi finora messi in campo a livello nazionale (compresi quelli relativi a Industria 4.0) hanno sicuramente rivitalizzato la nostra manifattura ma fondamentalmente non hanno ancora favorito un reale mutamento della sua struttura estremamente polarizzata su dimensioni troppo limitate per competere a livello globale. La mancanza di un significativo numero di grandi imprese (vedi Paesi come la Germania o la Francia) riduce fortemente la capacità di innovazione delle nostre filiere nazionali con impatti negativi sul loro reale livello di competitività. Le grandi imprese garantiscono infatti il necessario effetto traino per le piccole e medie sui mercati internazionali, facilitandole a interconnettersi alle cosiddette “Catene globali di valore” (la presenza delle nostre PMI in tali catene è estremamente ridotta, pari a qualche punto percentuale).

Noi vogliamo quindi favorire, più di quanto fatto finora, specifiche politiche di incentivazione e agevolazione attraverso finanziamenti, defiscalizzazione, supporto gestionale finanziato al processo di aggregazione, merito creditizio. Tutto questo al fine di accelerare i necessari processi di aggregazione fra imprese, favorendo così la formazione di realtà più grandi e con modelli di business innovativi, in grado di diventare leader nei settori di mercato e ottenendo al contempo la riorganizzazione geografica della nostra manifattura a livello internazionale. Ciò porterebbe altri vantaggi in termini di: economie di scala e scopo, sviluppo di processi virtuosi di innovazione di prodotto e processo, aumento del livello di produttività e quindi di creazione del valore.


4.4 Sviluppo integrato delle infrastrutture di rete (stradali, logistiche, energetiche)


Lo stato degli investimenti destinati allo sviluppo delle grandi opere strutturali è nel nostro Paese è drammaticamente arretrato e fermo da anni. In questi ultimi decenni gli investimenti sono stati pochi e scarsamente finalizzati alla realizzazione di opere infrastrutturali destinate a collegare l’Italia con l’Europa in modo efficace e razionale, per creare il necessario indotto a favore delle nostre imprese e conseguentemente migliaia di posti di lavoro (tra diretti e indotto).

Tale arretratezza sta creando un importante deficit competitivo delle nostre imprese (sia le più grandi che le PMI) in termini di riduzione di costi, capacità di offerta e di innovazione e opportunità di sviluppo sul mercato nazionale e ancor più internazionale.

Questo deficit deve essere superato attraverso lo sviluppo di un Piano strategico delle infrastrutture a medio-lungo termine, articolato su una seria programmazione di grandi progetti infrastrutturali strategici finalizzati a riportare l’Italia al centro dell’Europa. Occorre superare definitivamente l’attuale frammentazione di interventi e investimenti, incapaci di incidere in modo significativo nel colmare il gap del nostro Paese nei confronti di quelli più industrializzati.

Un Piano che preveda il coinvolgimento dello Stato e dei soggetti privati (nazionali e stranieri), basato su un diverso paradigma in materia di finanziamento degli investimenti pubblici, che ponga al centro la loro qualità in termini di efficacia degli interventi, redditività e impatto sulla struttura industriale italiana. Un Piano in grado inoltre di favorire lo sviluppo delle nostre imprese attraverso l’incremento del livello di interconnessione con le Catene globali di valore e quindi attraverso la necessaria riconciliazione delle politiche industriali nazionali con la natura globale dell’attività economica.


4.5 Rapporto con il fisco e la giustizia amministrativa


Occorre trasformare anche il rapporto con il fisco, sia nella parte tecnica che negli approcci: passare da un controllo ispettivo a valle (che spesso diventa accanimento) a valutazioni congiunte a monte sulla correttezza delle impostazioni fiscali scelte, riducendo l’incertezza.

Crediamo quindi che oggi sia fondamentale intervenire definitivamente sulla tassazione diretta e indiretta delle imprese, che oggi in Italia è tra le più alte al mondo. Concorderemo con le imprese un patto di riduzione delle tasse a fronte di un aumento di imponibile, insieme all’impegno per il recupero dell’evasione.

Dobbiamo infine lavorare per ottenere risposte dalla giustizia amministrativa in tempi brevi, in linea con la velocità del business delle aziende. L’incertezza del fisco e della giustizia sono infatti un freno enorme per gli investimenti, soprattutto per quelli stranieri e per quelli delle aziende di medie dimensioni. Oggi la giustizia amministrativa invece di rappresentare una garanzia per la verifica della correttezza dei comportamenti diventa fonte di grave incertezza, e contribuisce in definitiva a depotenziare le attività di controllo e l’autorità dello Stato.

Ad esempio, un fornitore di servizi della Pubblica Amministrazione, qualora dovesse perdere la gara di appalto, per poter proseguire comunque la sua attività ricorre sistematicamente al Tar e poi al Consiglio di Stato, e non sempre per porre rimedio a un effettivo torto subito. Così viene danneggiata la Pubblica Amministrazione, che non può procedere a selezionare il nuovo fornitore (spesso più conveniente); e anche l’impresa che pure si è aggiudicata la gara non riesce a iniziare il suo lavoro nei tempi previsti. Per le gare di appalto di servizi e/o forniture deve essere introdotto quindi un meccanismo che sia di forte deterrenza per chi attiva pretestuosamente la giustizia amministrativa.

Dobbiamo in definitiva garantire una maggiore certezza e rapidità di attivazione delle decisioni della Pubblica Amministrazione, per restituire pieni poteri e autorevolezza alle autorità di controllo e ridurre drasticamente il contenzioso amministrativo.

Una tradizione culturale da rigenerare guardando al futuro

Le nuove generazioni svolgeranno in futuro almeno una decina di lavori diversi nei primi 20 anni del loro percorso professionale. Metà di questi lavori ancora non esistono, così come molti dei lavori oggi esistenti saranno radicalmente modificati dall’ingresso in tutti i settori delle nuove tecnologie dirompenti. Nonostante l’eccellenza della tradizione culturale del nostro Paese, oggi la scuola e l’università non riescono a preparare gli studenti al mondo del lavoro e alla società del futuro, mettendo così in seria difficoltà le nuove generazioni rispetto al contesto internazionale.

Noi proponiamo una completa rivisitazione del nostro modello educativo, adattandolo alle nuove tecnologie che in apparenza spostano il focus sulle macchine, ma che in realtà richiedono più capacità critica, gusto dell’arte e del bello, approccio filosofico e spirito analitico, flessibilità, curiosità e resilienza. Caratteristiche che sono parte del nostro Dna di italiani, ma che vanno accelerate, rafforzate e rimesse in circolo.

Rafforzeremo lo studio dell’inglese in modo da avere un effettivo bilinguismo in tutte le scuole a partire dalla materna, oltre all’esercizio della filosofia intesa come capacità di porsi domande e trovare le proprie risposte, come materia già dalla scuola primaria. Consolideremo lo studio della matematica e delle materie scientifiche e tecnologiche. Lo sport non sarà più solo un riempitivo, ma un completamento della formazione dell’individuo, così come le arti e la musica, perché esse rappresentano un’eccellenza italiana da valorizzare nel mondo e un esercizio utile all’allenamento di quelle caratteristiche che saranno centrali in un contesto in continuo cambiamento, come quello che ci aspettiamo nel futuro. L’insegnamento comprenderà anche il lavoro di gruppo e la capacità di esporre le proprie idee in privato e in pubblico, e saranno introdotti nuovi sistemi di valutazione che supportino lo sviluppo del potenziale degli studenti.


5.1 I pilastri della scuola


Lo studente

Il processo educativo è rivolto alla persona e alla sua crescita in termini di competenze quali lo spirito critico, la capacità di astrarre, di essere creativi, flessibili, di collaborare e di esporre le proprie idee in modo ordinato ed efficace, anche in pubblico. La capacità di prendere decisioni in situazioni complesse, la curiosità e la resilienza. Un’educazione che sia davvero “liberamente partecipativa”, come auspicano grandi pensatori, volta a formare cittadini davvero consapevoli, responsabili e con competenze valide a tempo indeterminato.

I docenti e il personale scolastico

Il vero motore della scuola sono i docenti e il personale scolastico. Persone che svolgono un lavoro faticoso e impegnativo, oltre che importantissimo. Persone spinte da una vocazione, che devono essere al centro di qualsiasi riforma scolastica e avere il giusto riconoscimento sociale. Per poter svolgere il proprio lavoro oggi i docenti devono essere messi nelle condizioni di farlo con strumenti adeguati, formazione, condivisione di esperienze positive e meccanismi strutturati che riescano a essere motivanti e premianti nei confronti di chi svolge un lavoro eccellente.

Il territorio

Partendo dall’osservazione che molti casi di eccellenza sono favoriti dalla partecipazione attiva di famiglie e aziende sul territorio, che decidono in autonomia di supportare la scuola con fondi o con la partecipazione diretta di professionisti come formatori, siamo convinti che creando le giuste condizioni si possano realizzare ecosistemi aperti e collaborativi in grado di stimolare questi meccanismi, all’interno di un sistema strutturato e coerente su tutto il territorio. Obiettivo quindi del programma sarà realizzare un “sistema scuola” che valorizzi le persone (studenti, docenti, personale scolastico, professionisti e imprese), in grado di diventare il centro di una comunità locale aperta e collaborativa.

Il ruolo degli asili nido

Elemento fondamentale per il percorso educativo sono gli asili nido, che vanno significativamente sviluppati per due motivi:

  • Nei primi tre anni di vita sono fondamentali nello sviluppo cognitivo del bambino.
  • Esiste una stretta correlazione fra la presenza di nidi e l’occupazione femminile che risente delle attuali carenze in quest’ambito.

5.3 I programmi e gli interventi sulle aree tematiche


Il futuro che aspetta i nostri ragazzi richiederà l’acquisizione di competenze trasversali: la capacità di risolvere problemi complessi, di pensare in modo critico, la creatività, la capacità di lavorare in gruppo e l’intelligenza emotiva (The Future of Jobs Report, World Economic Forum, 2016). Perciò si rende necessario intervenire nei programmi attuali, potenziando alcune aree tematiche, inserendone di nuove e rendendone altre opzionali, puntando a un’apertura prolungata delle scuole, in collegamento con il territorio, per un’offerta integrata che comprenda una maggiore interdisciplinarietà e attività extra-curriculari.


Rafforzamento delle materie STEM (Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica)


La tecnologia sta ricoprendo un ruolo sempre più importante nella nostra società e di conseguenza il mercato del lavoro richiede in numero crescente persone competenti nelle materie STEM. L’innovazione tecnologica in corso offrirà grandi opportunità per i giovani con preparazione adeguata: obiettivo del programma è quindi incrementare le competenze dei nostri studenti, consentendo loro di raggiungere la media europea nei prossimi cinque anni e di superarla nei prossimi dieci, oltre a eliminare il divario di genere che vede le ragazze meno stimolate e meno orientate verso queste materie a causa di un retaggio socio-culturale colmabile con iniziative a loro dedicate. Questa area tematica può essere positivamente sostenuta da nuovi metodi didattici inclusivi come la didattica capovolta.


Coding (“la lingua più parlata al mondo”) e robotica


Una scuola che insegna il coding fornisce allo studente uno strumento universale attraverso lo sviluppo di una mentalità logica, del pensiero divergente e la comprensione del funzionamento degli strumenti informatici che si utilizzano e utilizzeranno sempre di più.


Inglese

Occorre puntare a un effettivo bilinguismo per consentire l’utilizzo dell’inglese nell’ambito sia accademico che professionale.


Filosofia e pensiero laterale

La capacità di porsi domande e trovare le proprie risposte insegna a pensare, a sviluppare capacità critiche, a superare stereotipi e pregiudizi e a diventare quindi cittadini più consapevoli, autonomi e responsabili. I bambini, con il loro continuo interrogarsi, sono naturalmente “filosofi” e proprio per questo la capacità di pensiero critico e autonomo va insegnata e incentivata fin dalle scuole elementari.


Educazione Artistica e Musicale

Sia l’arte, visiva e drammatica che la musica sono parte centrale del patrimonio culturale italiano e consentono di sviluppare competenze psicomotorie, linguistiche, creatività, capacità di ascolto, osservazione e riflessione e abilità sociali, potenziando inoltre lo sviluppo cognitivo. La nostra scuola attualmente dedica ancora troppo poco tempo e spazio all’ambito creativo, e non lo contempla nelle scuole secondarie di secondo grado, se non in quelle di indirizzo specifico. Si tratta di un’area da potenziare: la creatività correlata a queste materie consente di sviluppare pensiero laterale e superare gli stereotipi, ed è alla base dell’innovazione.


Imprenditorialità, innovazione e sostenibilità, dalle scuole medie

Dare ai ragazzi strumenti pratici per l’inserimento nel mondo del lavoro e dell’impresa (qualunque potrà essere l’occupazione e la professione che andranno a svolgere) è oggi indispensabile, così come l’insegnamento di un atteggiamento responsabile rispetto agli impatti delle loro azioni.


Educazione alla cittadinanza

La scuola dovrebbe fornire stimoli e opportunità per conoscere e decodificare la contemporaneità, al fine di sviluppare competenze relative al rispetto di sé, dell’altro e delle regole, che stanno alla base della società civile, acquisendo consapevolezza delle dinamiche politiche, economiche e di attualità.


Sport

Le neuroscienze hanno dimostrato quanto il movimento sia fondamentale per l’apprendimento: le lezioni frontali dovrebbero essere ripetutamente inframmezzate da attività che consentano moto e cambio di stimoli.


Volontariato

Il volontariato, anche in logica peer-to-peer e modulato sui singoli territori, dovrebbe diventare un requisito curricolare. Consentirebbe infatti lo sviluppo di importanti competenze sociali, come il confronto con la diversità, l’ascolto, l’empatia e fornirebbe un grosso supporto nell’implementare alcune delle attività copra citate, tra cui sport, arti, coding, recupero, educazione alla cittadinanza.


5.4 Didattica


Se consideriamo, come sosteneva Plutarco, che “Le menti non sono vasi da riempire, ma fuochi da accendere”, l’educazione nell’era digitale non consiste solo nel porre al centro la tecnologia, ma nel promuovere nuovi modelli di interazione didattica che la utilizzano. Siamo per una didattica che sia inclusiva, collaborativa, esperienziale, interdisciplinare, centrata sulle competenze e anche peer-to-peer. La modalità didattica è la chiave di tutto il processo innovativo, fin dalla scuola materna. Gli insegnanti devono diventare facilitatori di processo, con forti competenze relazionali e non solo cultori della materia. La formazione dei docenti è quindi uno degli aspetti centrali, cui si dovrà accompagnare anche una rivalutazione del loro ruolo, con percorsi di formazione continua e nuovi meccanismi di valutazione, e conseguenti adeguamenti retributivi e incentivi del merito.

Tra le competenze che dovrebbero essere patrimonio dei docenti del futuro spicca una profonda conoscenza della materia, con la consapevolezza che la quarta rivoluzione industriale richiederà competenze trans-funzionali e un maggior raccordo tra materie umanistiche e scientifiche:

  • Capacità relazionali (ascolto attivo, empatia, lavoro in gruppo, comunicazione in privato e in pubblico, capacità di prendere decisioni e risolvere problemi).
  • Capacità di essere facilitatori.
  • Apertura verso l’esterno, capacità di apprendere e lavorare in un ecosistema aperto.
  • Analisi dei dati e capacità di relazionarsi con strumenti tecnologici che permettano di monitorare l’apprendimento rendendolo più efficace.
  • Predisposizione alla formazione permanente.

Ci proponiamo inoltre di incentivare anche altri interventi inerenti alla didattica, e in particolare:

  • Una più breve durata dei periodi di vacanza.
  • La valutazione a fine ciclo secondo criteri oggettivi, per eliminare la discrezionalità della singola scuola, con la definizione di una classifica dei migliori 10 mila studenti italiani ai quali affidare per il percorso universitario una borsa di studio completa anche di vitto e alloggio (se il reddito risulta inferiore a limiti prefissati).
  • Una durata della scuola secondaria di secondo grado contratta in un percorso di 4 anni.

5.5 Università

L’università gioca un ruolo strategico nella formazione e nella ricerca, elementi fondamentali per una ripresa economica, politica e sociale del Paese. Per questo nel programma sulle tecnologie, l’innovazione e la ricerca ci impegniamo ad aumentare i fondi destinati alla ricerca di base e a valorizzare il titolo di dottorato nel mondo dell’accademia e dell’impresa. Queste, in sintesi, le nostre priorità riguardo all’insegnamento universitario:

  • Stimolare il collegamento con il territorio e la compresenza delle imprese.
  • Interdisciplinarità.
  • Superamento della didattica esclusivamente frontale. Problem Based Learning e gruppi tutoriali.

Una valorizzazione responsabile dell’eccellenza, che non amplifichi le disuguaglianze sociali ma che diventi motore per la competitività del Paese a livello internazionale. È tra i punti fondamentali del programma e deve riguardare tutti gli ambiti: istituzionale, scolastico e accademico, economico, giuridico e commerciale. Le politiche di merito sono fondamentali, indipendentemente dall’età, dallo status sociale, dal sesso o dalle risorse economiche a disposizione: sono volte a far sì che chiunque si impegni possa contare su un ambiente che valuti adeguatamente il suo contributo.

Al contrario, oggi, l’assenza di merito ha un enorme impatto negativo sulla vita degli italiani, con una disparità e danni economici e sociali inaccettabili. Secondo i dati Ocse e Istat il divario fra i più ricchi e i più poveri, il cosiddetto indice di disuguaglianza del reddito, è cresciuto costantemente negli ultimi dieci anni in Italia. Anche all’interno della stessa classe di età tale gap sta crescendo, soprattutto nelle fasce dei più giovani.


6.1 Le istituzioni e i servizi pubblici


Un sistema basato sul merito contribuisce a definire regole chiare che producono trasparenza e responsabilizzazione. La sua mancanza ha reso il nostro Paese, come descritto dall’Eurostat, ormai in fuga dalle responsabilità. Fuggono dalle responsabilità anche le istituzioni, a seguito anche del decentramento e trasferimento di poteri, creando un blocco del processo decisionale e attuativo. Leggi e procedure sono ormai complesse e contraddittorie, finendo per generare timori per le conseguenze, anche giudiziarie, che una loro non corretta interpretazione e applicazione potrebbero far nascere. Si crea così un meccanismo per cui, onde evitare le possibili conseguenze derivanti dall’assunzione di responsabilità nella gestione e garanzia di trasparenza, si preferisce non intraprendere alcuna aziona e rinviare le decisioni.

Sono pochi gli italiani (solo il 13%) che secondo i dati Eurostat 2018 hanno aumentato la propria fiducia nei confronti delle istituzioni, mentre circa il 34% l’ha persa. Una media dell’80% degli italiani ritiene che non siano state fatte manovre adeguate in questi anni per superare la crisi. Questo risultato disastroso è prodotto da un sistema dove il merito non conta più e la leadership non sempre rispecchia le competenze e i curriculum delle persone. Il merito deve essere al centro del mondo delle istituzioni e dei servizi pubblici. Riteniamo quindi fondamentali i seguenti punti:

  • La leadership e il merito negli enti pubblici: le competenze e le capacità necessarie a ricoprire determinati ruoli devono essere verificate periodicamente e confermate in base ai risultati e agli obiettivi raggiunti;
  • Per rafforzare un sistema basato sul merito serve un impegno a produrre norme più chiare ed efficaci, procedure e valutazioni più snelle, interpretazioni non soltanto burocratiche;
  • Proponiamo di creare una task force dedicata che migliori la qualità dei servizi e riduca gli sprechi nel settore pubblico, utilizzando indicatori di performance e qualità e valutazioni che provengano direttamente dai cittadini. Proponiamo anche l’introduzione di una authority per i servizi locali che tuteli la qualità e l’erogazione dei servizi deresponsabilizzati dalla devolution.

6.2 Educazione e scuola


Un sistema che premi il merito ha la sua più importante ricaduta nella capacità di non disperdere e valorizzare i propri talenti. Questo è un processo che inizia dal percorso scolastico, con riguardo sia agli studenti che ai docenti. Purtroppo tanti talenti italiani si trasferiscono all’estero: troppi, negli ultimi anni. E il nostro sistema non è in grado di attrarre significativamente talenti da altri paesi (siamo nell’ultimo terzo della classifica del World Economic Forum, su 140 Paesi).

Ci troviamo inoltre a essere un Paese che ha uno dei più alti tassi di dispersione scolastica (il 13,8%, che ci pone al quinto posto in Europa): un italiano su tre soffre di analfabetismo funzionale mentre il tasso di laureati è uno dei più bassi in Europa, solo 18 italiani su 100.

Un sistema basato sul merito garantisce equità, ovvero pari opportunità e premia l’impegno, la preparazione e la competenza. Crediamo in un sistema in grado di motivare e di permettere a ogni individuo di esprimere al meglio le sue capacità, ottimizzandone alcune e potenziandone altre con percorsi personalizzati e in grado di fornire gli strumenti a tutti in modo inclusivo. Di seguito le nostre proposte per portare il merito al centro del mondo dell’educazione:

  • Introdurre indicatori standard nazionali per la misura della qualità dei programmi scolastici e per la valutazione degli insegnanti.
  • Permettere ai migliori studenti di creare un proprio percorso universitario di eccellenza, con la possibilità di premiare la qualità del servizio offerto, generando un meccanismo virtuoso di concorrenza tra le università per avere i migliori docenti e i migliori programmi.
  • Garantire pari accesso a percorsi di istruzione, formazione, sviluppo del talento sulla base di requisiti uguali per tutti e che da tutti dovranno essere rispettati secondo indicatori qualitativi e quantitativi;
  • Accompagnare i talenti, più vari e diversificati, verso obiettivi rilevanti per il bene comune e non solo per il ritorno del singolo individuo (esempio: correlare il piano talenti anche alle priorità del Paese), per creare migliaia di nuovi giovani leader eccellenti in grado di diventare modelli che ispirino fiducia.

6.3 Economia e imprese


Nel mondo delle imprese private il merito è sicuramente più praticato. È però necessario creare un contesto complessivo coerente, che tenga conto del fatto che il confine tra pubblico e privato è sempre meno netto. Questo tipo di intervento passa da un forte cambiamento culturale, che parte dalla scuola e attraversa tutti gli ambiti della vita privata e pubblica dei cittadini. Anche nel mondo del lavoro e dell’impresa privata servono nuove formule e atteggiamenti che mettano al centro il merito. Va superata la cultura della “raccomandazione”, sostituita da un sistema trasparente di “referenze”: è giusto segnalare chi ha le competenze per svolgere un lavoro, ma assumendosi la responsabilità del giudizio e mettendo direttamente in gioco la propria reputazione e carriera.

Ci impegneremo per generare sana competizione tra istituzioni, pubblico e privato, ma anche per premiare la capacità di collaborare, fare rete, affrontare sfide rilevanti e comuni; promuoveremo l’apertura e la sperimentazione di modelli ibridi, rilevanti e convergenti di generazione di valore economico e sociale. Vogliamo creare soggetti giuridici “leggeri” e sperimentali di convergenza, lavoro e rappresentanza su obiettivi condivisi, coinvolgendo territori marginali e periferie sociali. Lavoreremo per fare in modo che attraverso il merito l’Italia diventi più giusta, prospera, felice.

Con il merito e la responsabilità al centro, potremo, con coraggio, creare un sistema che miri alla valorizzazione del bene comune con vantaggi per tutti. Attraverso il merito sapremo generare eccellenza e intelligenza collettiva per la crescita del Paese.

L’Italia ha un patrimonio unico fatto di storia, cultura, cibo, vini, natura, paesaggio, design. Il marchio Made in Italy è riconosciuto in tutto il mondo per il suo grande valore. L’Italia è la meta più sognata dai viaggiatori di tutto il mondo. Il turismo è la seconda industria del Paese e contribuisce con 180 miliardi di euro al Prodotto Interno Lordo (circa il 10%) dando lavoro a 2,5 milioni di persone.

Crediamo in un modello di turismo sano, distribuito, in grado di valorizzare le tipicità locali italiane mantenendone la tradizione, in accordo con innovazione e nuove formule di ospitalità che permettano di competere nel mercato globale, che supera le divisioni amministrative e costruisce prodotti efficaci replicando "buone pratiche" di successo.

Investire nel turismo è la strategia più immediata e sicura per aumentare lo sviluppo economico e creare nuova occupazione, raddoppiando il giro d’affari in 10 anni.

Il flusso turistico complessivo verso il nostro Paese, pur essendo in crescita, deve intercettare meglio i nuovi mercati dei Paesi Asiatici e della Cina, diventando così anche miglior biglietto da visita per internazionalizzare il Made in Italy. L’offerta turistica italiana deve essere protagonista nel mondo, in coerenza con la percezione di eccellenza dei nostri prodotti ma anche a supporto dei beni industriali delle aziende italiane.

Serve una cultura dell’ospitalità di eccellenza aperta alle esigenze di un turismo internazionale:

  • Ampia disponibilità di accesso a internet Wi-Fi in ambienti pubblici (centri cittadini, stazioni, mezzi di trasporto) e privati (alberghi, ristorazione, settore retail).
  • Buona conoscenza delle lingue dei principali flussi turistici (inglese, tedesco, spagnolo, cinese) da parte degli operatori turistici.
  • Disponibilità di infrastrutture a supporto dei flussi turistici (trasporto pubblico).
  • Offerta di ristorazione ampia e flessibile per rispondere alle diverse esigenze alimentari e alle diverse capacità di spesa.

Obiettivi primari di un piano per lo sviluppo del turismo in Italia devono essere dunque:

  • Supportare l’imprenditorialità semplificando la burocrazia e riducendo gli adempimenti.
  • Agevolare l’accesso al mercato attraverso la digitalizzazione e la catalogazione dell’offerta.
  • Incrementare fortemente la presenza di turisti stranieri nei mesi non estivi, differenziando i prodotti e operando scelte precise di target.
  • Definire cluster tematici indipendenti dai confini amministrativi, esaltando le vocazioni prevalenti di alcune aree e diffondendo le "buone pratiche".
  • Valorizzare il patrimonio d’arte, inclusa la parte che giace negli archivi non visitabili, aprendo a iniziative private anche internazionali.
  • Valorizzare la sostenibilità e la specificità agroalimentare come elemento di qualificazione del "nuovo" turismo in Italia.

7.1 Ministero del Turismo e Agenda Digitale insieme, per un Turismo 4.0


Per raddoppiare il contributo al PIL italiano nei prossimi dieci anni, serve un ministero che unisca il Turismo e l’Agenda digitale. Un’istituzione autorevole che possa indirizzare sull’industria turistica i fondi dell’innovazione e della ricerca, ora destinati solo ai settori manifatturieri. Una governance efficace e innovativa che sappia interpretare il cambiamento e correre alla stessa velocità della trasformazione digitale, non solo nella promozione ma soprattutto nella distribuzione, per rendere più competitiva l’industria turistica italiana.

Il cambiamento dei comportamenti del turista sempre più connesso, l’interazione sempre più mobile, il ritardo nella digitalizzazione della filiera sono i principali motivi per cui riteniamo necessario concentrare il massimo degli investimenti per l’innovazione, unendo Agenda digitale e Turismo in un unico ministero dotato di risorse finanziarie adeguate. Un Ministero economico che superi l’esperienza della coabitazione con i Beni culturali, che sono un patrimonio da valorizzare meglio, pur nel rispetto e nella tutela, ma che costituiscono solo una delle componenti attrattive dell’offerta turistica al pari del turismo balneare e montano, dell’enogastronomia, dello shopping, dello sport attivo e di tanti altri prodotti turistici esperienziali.


7.2 Occupazione e formazione


  • Servono nuove professionalità, in particolare in ambito digitale.
  • Servono fiscalità speciali e interventi sulla burocrazia per rendere più facile la creazione di nuovi posti di lavoro e l’uscita dal sommerso.
  • Si devono riqualificare le professioni turistiche, favorendone il collocamento con il coinvolgimento dei privati.
  • La sicurezza informatica è per gli operatori turistici una notevole criticità, per l’accesso aperto alle reti WiFi e per effetto dei dati personali e di pagamento acquisiti dai clienti: il nuovo regolamento sulla protezione dei dati personali che entrerà in vigore il 25 maggio 2018, con gli adempimenti relativi al GDPR (General Data Protection Regulation), farà emergere una domanda di esperti in cyber security molto superiore alla disponibilità di figure professionali qualificate.
  • È importante diffondere a scuola una cultura che valorizzi il territorio, formando professionisti del turismo in grado di identificare e promuovere esperienze conoscitive di produzione tipica.

7.3 Innovazione


  • Sviluppare vere e proprie Smart Destination: comprensori che attraverso l’analisi dei dati e le tecnologie, gestiscano al meglio, anche in modalità predittiva, i flussi da over turismo o i picchi di stagionalità dei suoi abitanti temporanei, superando l’approccio della Smart City che ha pensato solo ai cittadini permanenti.
  • Digitalizzare l’intera offerta turistica con un registro dinamico che consenta l’aggregazione di prodotti, per favorire l’accesso diretto al mercato online.
  • Sviluppo di un’identità digitale con QR Code, evoluzione del concetto di Card del turista nazionale, per accesso univoco a tutti i servizi di trasporto, check-in alberghiero e ingresso a musei ed eventi. Questo tipo di servizio permette inoltre un’occasione unica di profilazione e gestione dei flussi anche per evitare un eccesso di presenze concentrato solo su alcuni poli.

7.4 Semplificazione e disintermediazione trasparente


È urgente semplificare la burocrazia, per favorire la crescita di nuove imprese e l’aggregazione di quelle esistenti in reti che possano stare sul mercato con dimensioni più adeguate.

  • La grande opportunità della blockchain è una rivoluzione che trasformerà Internet e consentirà alle PMI turistiche un accesso al mercato più indipendente dai grandi intermediari. Grazie alla blockchain i singoli soggetti che compongono l’offerta, alberghi, ristoratori, guide turistiche e fornitori di servizi in genere, potranno essere tutelati vedendo garantito il riconoscimento della quota o della commissione spettante.
  • Serve un soggetto dotato delle migliori competenze e adeguatamente finanziato che sappia armonizzare i dati e realizzare analisi scientifiche, generando informazioni attualizzate sui flussi e le permanenze, e che attraverso l’intelligenza artificiale sappia restituire alle DMO (Destination Management Organization) e al settore informazioni attualizzate utili per migliorare i servizi ed essere più competitivi.
  • Ticket di soggiorno: trasformare una criticità come la tassa di soggiorno in un’opportunità di marketing, interazione diretta e profilazione del turista; a fronte di un pagamento al momento dell’arrivo si può riconoscere uno status cittadino temporaneo, corredato di sconti sui servizi e coupon.
  • Occorre attribuire attraverso una gara pubblica l’appalto del servizio di Tax Refund, fissando una soglia minima di rimborso per legge, per calmierare esagerazioni in essere (attualmente vengono trattenute fee del 30%). Il beneficio derivante consiste nel destinare risorse a Enit per la promozione e attrarre turisti ad alta intensità di shopping, attenti all’opportunità del maggior rimborso rispetto ai Paesi competitor.
  • Digitalizzazione e semplificazione del rilascio visti, sviluppando soluzioni incentivanti di rapida emissione e breve durata per turisti high spender.

7.5 Destagionalizzazione, segmentazione della clientela, prodotto


Il flusso turistico deve essere segmentato per cogliere le opportunità derivanti dalle specifiche esigenze di ogni target. Si deve investire sulla creazione di prodotti specifici e mirati ai differenti target, con indicazioni di obiettivi e budget e la strutturazione di una Destination Management Organization nazionale libera di operare sul mercato. Ci sono in particolare alcuni filoni da ottimizzare o da creare da zero, per destagionalizzare, rendere più inclusiva l’offerta e creare nuova domanda.

  • Seniores come opportunità per destagionalizzare e favorire sviluppo di turismo di lunga permanenza nel sud e borghi, ridistribuendo ricchezza e sostenendo occupazione;
  • Food tourism per lo sviluppo nel rispetto del territorio protagonista, garantendo coerenza tra la qualità dei prodotti di eccellenza e la qualità dei servizi;
  • Vista la sua straordinaria ricchezza, l’Italia dovrebbe posizionarsi nella fascia “più presenze e più guadagni”, ovvero alzare la qualità del suo turismo, attirando viaggiatori ad alta capacità economica;
  • Matera 2019: la capitale europea della Cultura è una grande opportunità di rilancio nazionale e va considerato come evento per valorizzare tutto il Sud;
  • Gli italiani nel mondo con le seconde e terze generazioni sono interessati ai luoghi di origine e quindi per loro natura sono target ideale per decongestionare i poli principali;
  • Occorre anche un investimento strutturale sia nelle aree pubbliche che negli esercizi privati per adeguarsi alle esigenze di persone a ridotta capacità motoria e all’accessibilità per i disabili;
  • Vogliamo promuovere il turismo business legato a convegni e meeting internazionali;
  • Particolare attenzione va attribuita infine al turismo dei matrimoni e delle unioni civili, anche LGBT, che attrae clienti ad alta capacità di spesa e può favorire lo sviluppo di borghi minori.

L’Italia è uno dei paesi più belli del mondo con un patrimonio naturalistico ed ambientale che deve essere tutelato e valorizzato. Negli ultimi decenni purtroppo non è avvenuto e oggi ne paghiamo le conseguenze. Le aree urbane sono estremamente inquinate e congestionate dal traffico (l’Italia è in testa alle classifiche delle città europee più inquinate in termini di superamento dei limiti di inquinamento atmosferico ad esempio da polveri sottili) e ciò comporta notevoli impatti ambientali ma anche economici e sociali. Alcune sostanze inquinanti contribuiscono ai cambiamenti climatici globali con aumento della temperatura del pianeta e tropicalizzazione del clima; l’eccessiva antropizzazione e cementificazione del territorio acuiscono tali eventi.

Vogliamo rompere questo circolo vizioso per tutelare il patrimonio naturalistico e ambientale dell’Italia e la salute ed il benessere dei cittadini. Vogliamo guardare al futuro con ambizione e con un’idea chiara: che l’Italia possa essere un riferimento internazionale di sviluppo sostenibile che sappia coniugare la crescita economica ed il benessere con la tutela dell’ambiente in cui viviamo (siamo al penultimo posto in Europa per le politiche ambientali ed energetiche). Lasceremo così ai nostri figli e ai loro discendenti un mondo migliore di come noi lo abbiamo trovato.

In completa sintonia con il programma di valorizzazione della natura e dell’ambiente 10 Volte Meglio è a favore della protezione degli animali ed è contro ogni forma di maltrattamento. Noi crediamo che gli animali siano esseri senzienti e debbano essere rispettati e tutelati da violenze e sfruttamento.

Le principali sfide che il nostro Paese deve affrontare sono:

  • Inquinamento atmosferico (in particolare nelle aree urbane).
  • Inquinamento del suolo e del sottosuolo.
  • Cambiamenti climatici globali e conseguenti fenomeni climatici estremi.
  • Tutela del territorio.
  • Prevenzione e gestione dei rifiuti (soprattutto in alcune aree geografiche e centri urbani).

10 Volte Meglio vuole promuovere politiche efficaci ed azioni concrete per affrontare le sfide future e trasformare i problemi in opportunità. Ciò può essere fatto puntando sull’innovazione tecnologica e sullo sviluppo delle competenze a livello Paese in modo da creare posti di lavoro e contribuire al rilancio dell’economia. Le politiche che intendiamo promuovere riguardano in particolare i seguenti ambiti tra loro fortemente interconnessi.


8.1 Sistema energetico e mobilità


Fornitura di energia. Accelerare la conversione già in atto dalla produzione di energia fossile a quella rinnovabile: idrico, fotovoltaico, eolico a terra e offshore, biomasse. Ove necessario, stabilire sistemi di incentivazione armonizzati tra le diverse tecnologie in grado di portare all’affermazione di una filiera ed al tempo stesso attrarre nuovi capitali per poter finanziare installazione di nuovi impianti di produzione.

Il solare come l’eolico hanno raggiunto la "grid parity", il supporto al loro sviluppo sarà limitato, ma un’accelerazione dei processi di autorizzazione può essere chiave di ulteriore sviluppo. Favorire una maggiore adozione di energie rinnovabili con un sistema di Certificati che internalizzi tutti i costi di emissione di CO2. Utilizzare il gas come risorsa di approvvigionamento residuale e di bilanciamento del sistema, il fossile meno inquinante a completamento della produzione rinnovabile.

Utilizzo dell’energia. Promuovere su qualsiasi fronte l’efficienza energetica essendo il modo meno costoso per ridurre l’inquinamento atmosferico da CO2. Per quanto riguarda le case, spingere sull’efficienza energetica sia per quelle di nuova costruzione, ma anche per gli edifici già esistenti. Sviluppare un efficiente ecosistema energetico nelle case adottando le più recenti tecnologie legate al mondo digitale e al concetto di "Smart home".

Per quanto riguarda il trasporto, incentivare la conversione ai veicoli elettrici anche attraverso lo sviluppo di adeguate infrastrutture, riducendo così l’inquinamento atmosferico e trasferire quanto più possibile il trasporto merci da gomma a ferro. Favorire inoltre lo sviluppo di sistemi di trasporto collettivo e soluzioni di mobilità integrata efficienti e orientati alle esigenze degli utenti. Sviluppare il tema delle "Autostrade del mare", per utilizzare al meglio le migliaia di km di coste dell’Italia e la sua centralità nel Mediterraneo, investendo nello sviluppo di infrastrutture adeguate che genererebbero significativi ritorni occupazionali e positive ricadute sul sistema dei trasporti.

Bilanciamento del sistema. Sviluppare o acquistare tecnologie per rendere il sistema energetico il più bilanciato possibile tramite sia sistemi di stoccaggio energetico (batterie, biogas) come di bilanciamento del sistema tramite il controllo della domanda. Sviluppare una rete di trasmissione energetica digitale e che possa soddisfare le esigenze di un sistema in profonda trasformazione.

Obiettivi quantitativi:

  • Utilizzo di energia da fonti rinnovabili dal 18% attuale al 50% entro il 2030.
  • Innalzamento dell’incidenza di auto elettriche e ibride su parco auto circolante dal 1% attuale al 20% entro il 2030.
  • Creazione di 220.000 posti di lavoro nei prossimi 5 anni.

8.2 Economia circolare


  • Promuovere un modello di economia basato su processi produttivi a ridotta impronta ecologica e ad elevata efficienza in cui i prodotti di scarto sono ridotti al minimo o eliminati ed in cui le materie vengono costantemente riutilizzate.
  • Incentivare il passaggio a sistemi economici che consentano un uso più efficiente delle risorse in un’ottica di ciclo di vita rigenerativo, attraverso cicli produttivi interconnessi e capaci di generare un valore aggiunto ad oggi trascurato.
  • Promuovere tecnologie e modelli di business che favoriscano la transizione ad un’economia circolare e che consentano al tempo stesso un aumento della competitività e la creazione di nuovi posti di lavoro. Ciò stimolerà gli investimenti e porterà benefici, tanto nel breve quanto nel medio-lungo termine, per l’economia, l’ambiente e i cittadini.
  • Gestire in maniera attenta i rifiuti residuali al fine di eliminare i problemi che alcune aree geografiche e centri urbani si sono trovati a dover fronteggiare in situazioni di ripetuta emergenza. Limitare il recupero di energia ai materiali non riciclabili ed eliminare gradualmente le discariche, in particolare di rifiuti riciclabili o recuperabili. Favorire lo sviluppo di impianti di trattamento della materia e incentivare la creazione delle filiere del riciclo e del recupero. Migliorare l’efficienza della raccolta differenziata per aumentare i tassi di riciclo nelle regioni in ritardo.
  • Rinforzare gli organi istituzionali adibiti alla gestione integrata dei rifiuti definendo un Piano Nazionale Integrato. Rivedere le tempistiche e le modalità di risposta degli organi preposti alle autorizzazioni, accorciando le tempistiche amministrative e assicurando i tempi di risposta nell’ottica di favorire la transizione verso una economia circolare e lo sviluppo di pratiche virtuose.

Questi gli obiettivi quantitativi:

  • Riduzione della produzione di rifiuti pro capite e della produzione di rifiuti in termini assoluti del 30% entro il 2030 rispetto ai valori attuali.
  • Aumento dei volumi della raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani dal 50% attuale al 90% entro il 2030 (con dimezzamento del gap tra le regioni più virtuose e quelle in ritardo).
  • Riduzione dei rifiuti smaltiti in discarica dal 26% attuale a meno del 10% entro il 2030.
  • Creazione di 50.000 posti di lavoro nei prossimi 5 anni.

8.3 Tutela ambientale e del territorio


  • Prevenire l’ulteriore degrado del territorio e la conservazione delle sue funzioni attraverso politiche territoriali stringenti che limitino l’ulteriore antropizzazione ed il dissesto idrogeologico. Ripristinare le aree degradate attraverso opportuni investimenti che consentiranno di prevenire eventi naturali che comportano gravi perdite economiche, oltre che umane, e danni sociali.
  • Favorire la tutela e lo sviluppo della biodiversità con politiche ed azioni che consentano di preservare gli ecosistemi terrestri e invertire la pressione antropica, incentivando lo sviluppo di aree verdi che hanno effetti positivi per l’ambiente e per la salute dei cittadini.
  • Ammodernare i sistemi e le infrastrutture per la gestione della risorsa idrica del Paese che ad oggi rappresenta uno dei maggiori sprechi di risorse abbondantemente disponibili ma sulle quali non possiamo contare nei periodi di necessità, come evidente dalla siccità che ha colpito il nostro Paese nell’anno appena trascorso.
  • Rivedere drasticamente modalità e sistemi di gestione dei corpi idrici progettando programmi di misure, adeguatamente finanziati, che affrontino tutte le principali fonti di inquinamento, in particolare quelle dettate da agricoltura, industria e acque reflue urbane.

Questi gli obiettivi quantitativi:

  • Riduzione delle perdite di acqua nella rete idrica dal 35% a meno del 10% entro il 2030 (con soglia minima del 30% per le reti idriche più dissestate che hanno perdite superiori al 70%).
  • Azzeramento del tasso di consumo del suolo entro il 2030 rispetto agli attuali 10 mila ettari l’anno.
  • Incremento delle aree verdi urbane del 30% entro il 2030 rispetto ai valori attuali di 31 metri quadrati pro capite (con soglia minima di 15 metri quadrati per le aree urbane meno verdi).
  • Creazione di 30.000 posti di lavoro nei prossimi 5 anni;

8.4 Agricoltura


  • Promuovere lo sviluppo e l’innovazione dell’agricoltura mediante: l’mpulso alla ricerca italiana e alla valorizzazione delle produzioni e tipicità italiane. Agricoltura digitale per migliorare i processi produttivi e costi operativi, valorizzare il prodotto con informazioni di filiera (qualità, tipicità, territorio), garantire la tracciabilità. Accesso al credito e sviluppo di strumenti finanziari specializzati e forme assicurative per i rischi atmosferici e di mercato. Programmi di supporto alle iniziative startup innovative nel settore.
  • Migliorare l’integrazione di filiera al fine di rendere l’agricoltura più protagonista negli equilibri di filiera. L’innovazione digitale e organizzativa consentono una maggior proiezione verso i mercati, sia per le produzioni alimentari sia per una valorizzazione del territorio presso le comunità di consumo e utilizzo del beni/servizi. Favorire aggregazioni di soggetti lungo la filiera completa (produzione, trasformazione e distribuzione) che valorizzino le tipicità e garantiscano equilibrio e redditività lungo l’intera filiera agroalimentare. Gestione della frammentazione. Favorire lo sviluppo agricolo delle filiere innovative (es. nutraceutica, farmaceutica, cosmetica).
  • Sostenere lo sviluppo all’Estero (Europa e mondo), soprattutto attraverso: un presidio attento dell’italianità e degli interessi delle nostre produzioni nelle politiche comunitarie, incentivando e valorizzando le politiche di interscambio internazionale. La tutela e lo sviluppo dell’offerta dei prodotti italiani (marketing, tutela, diffusione), sviluppando iniziative logistiche e commerciali di supporto alla conoscenza e alla distribuzione dei prodotti italiani all’estero. La promozione di forme aggregative e/o reti d’impresa per l’internazionalizzazione. Lotta alla contraffazione e la tutela legale del Made in Italy agroalimentare.
  • Semplificare e digitalizzare le istituzioni. Attuazione di politiche nazionali e locali coerenti tra territorio, ambiente e impresa. Semplificazione degli adempimenti burocratici ed istituzionali e riorganizzazione degli enti istituzionali dedicati, con particolare riferimento agli enti pagatori e alla gestione dei programmi comunitari. Evoluzione verso una amministrazione digitale che elimini le intermediazioni parassitarie.
  • Obiettivi quantitativi: la creazione di 30.000 posti di lavoro nella filiera in tre anni e la riduzione del 50% dei tempi di erogazione dei fondi alle imprese.

È nostro obiettivo intervenire a sostegno dello sviluppo delle regioni e delle aree dove si rende più necessario un recupero e un allineamento al resto del Paese in termini di competitività e di livello occupazionale, nello sviluppo delle infrastrutture, nelle opportunità, nei servizi offerti ai cittadini e nella qualità della vita. Il Sud Italia è indubbiamente l’area del nostro Paese col più alto potenziale di crescita ancora non espresso. La nostra visione di un’Italia 10 Volte Meglio passa attraverso la capacità di cogliere anche questo potenziale, evitando gli errori del passato (come gli incentivi a pioggia o i finanziamenti a sportello) e concentrandosi su un programma di lungo periodo che si occupi delle cause e non dei sintomi.

Il nostro programma di lavoro si articola su tre linee d’azione:

  • Impresa e competitività: creare le condizioni all’interno delle quali il tessuto imprenditoriale possa crescere in modo sostenibile, contribuire alla crescita del Paese e creare nuovi posti di lavoro stabili nel tempo.
  • Qualità della vita e del territorio: creare infrastrutture e servizi di qualità per restituire ai cittadini un territorio pieno di opportunità e riaccendere la speranza.
  • Favorire, tramite l’introduzione di adeguati modelli di sviluppo, la gestione della Pubblica Amministrazione, della Giustizia e della Sicurezza rendendole più snelle e trasparenti, in sintesi più vicine a cittadini e imprese.

Abbiamo già identificato 120 progetti da realizzare: educazione, turismo, sanità, risorse naturali, salvaguardia del territorio, digitalizzazione dei servizi. Molte delle aree di intervento coinvolte vengono già affrontate da specifici capitoli del nostro programma a livello nazionale. In questa sede ci focalizziamo sugli interventi specifici per potenziare le regioni del Sud Italia.

Non aggiungeremo capitoli di spesa, ma miriamo ad utilizzare in maniera efficiente le risorse già stanziate: 93 miliardi di fondi Ue e co-finanziamenti governativi per il Mezzogiorno fino al 2020 (dati a cura del Dipartimento per le Politiche di Coesione della Presidenza del Consiglio dei Ministri). Non deve più accadere che il nostro Paese debba restituire fondi europei già assegnati per mancanza di progettualità, come purtroppo è successo troppe volte nel recente passato.

Nello sforzo di creare posti di lavoro stabili nel tempo, il nostro primo obiettivo è quello di analizzare e riordinare il complesso sistema di incentivazioni pubbliche attualmente in vigore, per indirizzarlo verso investimenti a impatto immediato per lo sviluppo occupazionale del territorio. Nella nostra visione lo strumento pubblico non è sufficiente, ma può essere il volano per attirare risorse private (ad es. fondi di venture capital) che verranno coinvolte dall’inizio di questo processo.

Riteniamo il Turismo l’area su cui concentrare i nostri sforzi di sviluppo imprenditoriale sia a livello nazionale sia a livello locale, con l’obiettivo di sfruttare al meglio le enormi risorse artistiche, culturali e paesaggistiche che il nostro Paese (ed in particolare il Mezzogiorno) offre. Migliorare i flussi turistici anche nei periodi di bassa stagione è la nostra priorità attraverso azioni mirate ad aumentare la visibilità sui mercati turistici internazionali. Per ottenere questo obiettivo sarà anche necessario aumentare il coordinamento dell’offerta turistica attraverso lo sviluppo di circuiti di eccellenza interregionali che superino l’ottica puramente locale (ad es. poli museali).

Punto essenziale del nostro programma è anche la creazione delle condizioni favorevoli allo sviluppo di una mentalità imprenditoriale, non solo attraverso concorsi ed eventi di formazione specifici indirizzati a chi desidera mettersi in gioco in prima persona nello sviluppo di un’attività privata e auto-sostenibile. Vogliamo partire dalle radici e intervenire direttamente sul sistema scolastico primario, secondario e universitario per aumentare le competenze degli studenti (a cominciare dalle materie scientifiche, ma non solo) che sono poi essenziali nel mondo del lavoro e favorire il merito.

Al primo punto del nostro programma di governo abbiamo posto il diritto del cittadino alla ricerca della felicità. Al Sud, in particolare, vogliamo declinare questo obiettivo attraverso azioni che migliorino la qualità della vita sul territorio e che permettano di creare un substrato di fiducia su cui innestare tutte le azioni di sviluppo e crescita. Le aree di intervento riguarderanno:

  • La sanità, con il rinnovo delle reti ospedaliere e la spinta alla digitalizzazione delle cartelle cliniche (con la possibilità di gestire il paziente cronico in remoto senza gravare ulteriormente le strutture ospedaliere).
  • La cultura, con la creazione di poli culturali interregionali e di gemellaggi internazionali, che favoriscano anche l’attrattività turistica.
  • L’ambiente, attraverso la gestione efficace del ciclo dei rifiuti e del servizio idrico integrato;
  • L’energia, attraverso la diffusione dei servizi essenziali sul territorio (es. metano) e lo sviluppo di poli di eccellenza nella produzione di energie rinnovabili così abbondanti ma poco sfruttate nel nostro Paese.
  • I trasporti, attraverso il completamento delle opere strategiche in corso e pianificazione delle prossime priorità strategiche.
  • L’istruzione di base, attraverso il recupero del patrimonio scolastico, programmi di formazione ad hoc per i docenti e l’introduzione di programmi di monitoraggio e valutazione delle politiche di apprendimento.
  • L’università, con la salvaguardia del diritto allo studio degli studenti meritevoli, programmi di scambio con l’estero anche per i docenti, interventi di edilizia universitaria per migliorare l’offerta formativa e l’attività di ricerca.

Tutte le nostre iniziative a livello nazionale, e a maggior ragione nel Mezzogiorno, non possono però prescindere da un profondo rinnovamento dei meccanismi di funzionamento della Pubblica Amministrazione. Vogliamo uno Stato al servizio del cittadino anche nella sua struttura periferica, con processi snelli grazie all’adozione delle nuove tecnologie, in cui la diffusione e l’adozione di buone pratiche venga costantemente monitorata e valutata, in cui merito e competenze siano valorizzate, i cui amministratori vengano costantemente formati.

Anche il sistema giudiziario deve poter beneficiare dell’informatizzazione dei processi, per snellire i tempi di attesa dei giudizi e liberare risorse per garantire un maggiore presidio del territorio a beneficio della sicurezza. Ma anche il cittadino deve fare la propria parte, ed è per questo che intendiamo promuovere percorsi di formazione sulla legalità ed educazione civica nelle scuole e nei luoghi di lavoro, e intendiamo garantire le risorse per le associazioni che svolgono questo ruolo direttamente sulle strade.

Il mondo è digitale, interconnesso, veloce, le città sono sempre più “smart”, ma l’Italia è ancora ferma ai timbri e alla carta bollata, a differenza di altri paesi del nord Europa e di zone in via di sviluppo che hanno abbracciato le innovazioni con coraggio. La digitalizzazione promessa (e imposta per legge sette anni fa) quasi non esiste, creando disagi ai cittadini e moltiplicando tempi e costi per le imprese, che cedono ai concorrenti anche questo vantaggio competitivo. Il divario digitale rispetto alla UE è enorme: siamo ultimi, con Bulgaria e Romania.

Vogliamo che la digitalizzazione diventi un tema trasversale per tutto il Paese, favorendo con azioni e strumenti mirati l’efficienza prima di tutto della pubblica amministrazione, e poi dei cittadini e delle aziende.

Vogliamo finalmente sostituire le raccomandate e i raccoglitori cartacei con le e-mail, le comunicazioni elettroniche e gli archivi digitali. Investiremo in una banda larga che supporti il processo di innovazione. Beneficeremo di sensibili risparmi, intercetteremo i fondi europei che oggi vanno dispersi, daremo nuova spinta agli incubatori tecnologici nel territorio e importanti vantaggi alle imprese per l’e-business, che nel nostro Paese è ancora lontano dalla competitività dei nostri concorrenti.

Due trend principali stanno mettendo gravemente a repentaglio il futuro degli italiani: l’elevato debito pubblico (che oggi supera il 130% del PIL e negli ultimi 10 anni non ha mai dato segnali di miglioramento) e l’invecchiamento della popolazione (più del 22% delle persone ha oltre 65 anni, e, soprattutto, l’Italia ha uno dei più bassi tassi di natalità in Europa).

Quale futuro allora abbiamo per un Paese indebitato e che invecchia? Oggi è incerto e nebbioso. Tali trend debbono essere invertiti, occorre urgentemente cambiare la rotta per evitare un continuo declino. La crescita è stata debole o negativa per molti anni, ed ora è bassa, più bassa rispetto a tanti altri paesi Europei. È quindi necessaria una revisione profonda di come stiamo indirizzando e gestendo spesa pubblica, debito e fiscalità.

La spesa pubblica italiana è poco comprimibile, pertanto è necessario avviare un piano di modernizzazione e semplificazione della “macchina pubblica” anche attraverso una decisa e progressiva riduzione del perimetro di intervento pubblico nell’economia.

Abbiamo perso 20 anni con interventi incerti, di segno opposto, troppo deboli o fuori tempo, mai continuativi. Analisi condotte da team esperti, come quello guidato da Carlo Cottarelli, hanno identificato alcune aree d’intervento strutturale (come la gestione degli acquisti o il taglio delle partecipate locali) e molti interventi di razionalizzazione, di limitato importo unitario, ottenibili solo con un lavoro costante all’interno delle amministrazioni pubbliche, affidato a mani competenti e indipendenti in grado di individuare tagli puntuali e non lineari.

Alcune considerazioni sulle grandi voci di spesa:

  • Sanità: con una popolazione che invecchia e la vita media che si allunga, la spesa pro capite aumenta e tenderà ad aumentare in futuro.
  • Previdenza: vale anche qui il tema dell’invecchiamento e della vita media; inoltre, la generazione che va in pensione da oggi al 2050 ha pagato e paga contributi elevati, per cui non è pensabile praticare tagli drastici. Occorre separare chiaramente la gestione della componente assistenziale ed eliminare i residui privilegi ingiustificati.
  • Assistenza: la spesa necessaria per garantire la pensione minima anche alle persone che hanno versato pochi contributi è molto elevata e rappresenta un elemento di criticità rispetto alla sostenibilità della previdenza pubblica, unitamente ai costi assistenziali a favore dei disoccupati, giovani e non, dei lavoratori sottooccupati e delle famiglie in stato di povertà e indigenza.
  • Istruzione: l’Italia registra un deficit drammatico di laureati ed occorre avviare un rapido processo di miglioramento in vari segmenti dell’istruzione, a partire dalle scuole dell’infanzia.

Le altre voci di spesa rappresentano aggregati molto meno rilevanti, sui quali occorre intervenire, ma i cui risparmi dovrebbero essere destinati a sostenere gli investimenti di sviluppo e modernizzazione delle infrastrutture. Per tali dinamiche è difficile ipotizzare risparmi complessivi su queste grandi voci di spesa nei prossimi 10 anni e quindi, a parità di spesa totale, crediamo si possa migliorarne 10 volte l’efficacia, i criteri di distribuzione, l’equità.

Noi pensiamo che, ad esempio, l’Istruzione, che preferiamo chiamare Educazione, debba essere potenziata, avere più risorse ora per dare poi un futuro migliore all’Italia.

La riduzione del perimetro pubblico e la valorizzazione di asset poco sfruttati o improduttivi sono interventi che possono liberare risorse aggiuntive. Ad esempio, lo spazio occupato da uffici pubblici, spesso in immobili di pregio e poco funzionali, può essere drasticamente ridotto accelerando la conversione a modelli di coworking e smart working.

Il debito pubblico italiano non consente distrazioni: controllo della spesa ed equilibrio di bilancio sono alla base del nostro programma. Il debito elevato ha generato un costo di 70 miliardi per interessi solo nel 2017; il percorso di rientro dal debito è necessariamente lungo e richiede interventi rigorosi e costanti. La via maestra è comunque una rigorosa stabilità della spesa pubblica (accompagnata da una redistribuzione fra capitoli di spesa), una riduzione a medio termine delle tassazione attraverso un minor intervento dello stato e l’allargamento della base dei pagatori, associata ad una ripresa (anche se non elevata) della crescita demografica ed economica delle imprese.

La strada per l’Italia è strettissima e il rischio di peggiorare molto concreto; guardiamo con diffidenza le proposte che generino deficit ulteriore, che assicurino rendite imperiture, che aboliscano tasse per i più abbienti, che tornino indietro su scelte dolorose ma necessarie fatte sulle pensioni.

La pressione fiscale sugli italiani che pagano le tasse è molto elevata, non aumentabile. Nel breve termine occorre concentrare le risorse derivanti dalla maggiore crescita per

alleggerire il peso della pressione fiscale complessiva e degli adempimenti gravanti su famiglie e imprese.

Le riforme fiscali sempre annunciate con promesse miracolistiche creano soltanto incertezza: ciò che serve è una reale semplificazione del fisco, eliminando e accorpando le imposte e tasse minori (senza creare mostri come l’Irap). Certamente affascina un’aliquota unica ma rischia di essere una semplificazione propagandistica: il diavolo fiscale sta nei dettagli, che puntualmente emergono quando si approfondiscono le proposte in merito.

Le tasse sono necessarie per consentire l’erogazione dei servizi ma:

  • Devono essere congrue rispetto al reddito ed al nucleo familiare e coerenti con lo stadio del ciclo di vita delle imprese.
  • Devono garantire l’effettiva equità ed un gettito adeguato, superando la sperequazione ad esempio tra chi subisce ritenute alla fonte e chi no.
  • Devono essere tracciate in tutto il loro percorso poiché, ad oggi, i contribuenti pagano ma non hanno consapevolezza di dove va a finire il danaro.

Il vero problema fiscale italiano non sono le percentuali e di scaglioni: il carico grava su un insieme di contribuenti troppo ristretto e le basi imponibili sono molto limitate rispetto ad altri paesi europei. In Italia dobbiamo allargare la base dei contribuenti e rendere più efficiente il recupero dell’evasione (sempre a livelli superiori ai 110 miliardi da almeno dieci anni).

Qualsiasi riforma del sistema fiscale deve andare di pari passo con quella della pubblica amministrazione, per modernizzare il Paese e garantire maggiore trasparenza ai contribuenti, lavorando sulle seguenti direttrici:

  • Trasparenza del bilancio dello stato, per responsabilizzare chi spende e rendere consapevoli i contribuenti dei flussi di entrata/uscita. Questo significa responsabilizzare pubblicamente il soggetto politico che gestisce la spesa e mettere il cittadino in uno stato di “conoscenza attiva” nella gestione dell’apparato pubblico.
  • Informatizzazione e digitalizzazione dei servizi verso i contribuenti (ad esempio, evitando ai cittadini di dover ritirare documenti da un ramo della pubblica amministrazione per consegnarli ad un altro ramo).
  • Consulenza e controlli preventivi da parte dell’amministrazione finanziaria, per “accompagnare” le imprese nelle scelte di carattere fiscale e non “punirle” ex post.

L’obiettivo delle riforme deve essere quello di creare un sistema veramente al servizio del cittadino e non viceversa, puntando sulla definizione di norme chiare e congrue: un sistema trasparente che non applichi retroattivamente la normativa fiscale, premiante per gli adempienti, incentivante per gli investitori, di sostegno per il consolidamento e lo sviluppo delle imprese, anche sui mercati internazionali. Nella visione della trasparenza, della responsabilizzazione e del merito, capisaldi del nostro programma, rientra l’intenzione di perseguire e contrastare qualsiasi forma di corruzione nella gestione e nel controllo delle attività pubbliche.

Per costruire il futuro, cittadini ed aziende hanno bisogno di stabilità, correttezza e regole certe.

L’Europa è uno spazio grande, complesso, vivissimo e in trasformazione. Stati, regioni, lingue, popoli, nazioni sembrano spesso realtà immutabili e in perenne competizione tra di loro. Tanti politici fanno ricorso ai richiami dell’identità territoriale per farsene paladini, per tracciare un confine all’interno del quale conquistare ed esercitare il potere. Ma un Paese ricco di storia come l’Italia dovrebbe sapere quanto siano volatili queste dimensioni e quanto più ricca e complessa sia la nostra identità collettiva.

Chi è nato in Europa dopo il 1990 ha sempre vissuto in uno spazio di pace, non ha mai visto una vera frontiera nel continente, parla una lingua nazionale e l’inglese (o almeno sa che sarebbe utile parlarlo), raggiunge in poche ore le principali città europee, si veste, ascolta musica, guarda film simili. Questa Europa è stata costruita nel dopoguerra con pazienza, superando la logica dei blocchi contrapposti, costruendo istituzioni deboli, ma in continua evoluzione. Dalla fine degli anni ‘70 è stata costruita sul campo, integrando aziende, reti di comunicazione, contratti, monete e culture. Come ogni terra di opportunità ha attirato e attira milioni di persone da altri continenti, da ex-colonie lontane e da Paesi confinanti via mare.

Le spinte nazionaliste

Oggi qualcuno vorrebbe bloccarne la crescita, chiudere porte e finestre e godersi la ricchezza accumulata. I politici che sfruttano le paure hanno bisogno d’infiammare le identità e di mitizzare un’età dell’oro mai esistita. Hanno bisogno di nemici da combattere. Questi politici vogliono farci credere che esiste un’Italia distinta e contrapposta all’Europa, vogliono ridurre la realtà a una lotta di egemonie nazionali, vogliono dividere le persone e chiudere i recinti. Per arrivare a comandare piccoli uomini in piccoli stati. Ma questa Europa è stata fatta anche da molti italiani, a partire dai Fondatori. Abbiamo un’identità plurale, fonte inestimabile di ricchezza, a cui non rinunceremo. L’Italia è Europa e gli italiani vivono in Europa. Governare per il bene degli italiani significa oggi governare l’Europa, garantendo ai nostri concittadini libertà di movimento, d’impresa, di crescita materiale e culturale.

La casa comune Europea

Gli italiani che vivono a Londra, Parigi, Berlino, Madrid, Milano sono in fuga dall’Italia o sono invece parte di un mega-trend che concentra innovazione, ricchezza e cultura nelle grandi città del mondo? Le tecnologie che connettono culture e continenti si sviluppano in alcuni poli abitati da persone di ogni razza e cultura: pensiamo davvero che possano esser rinchiuse in schemi nazionalisti "identitari"? L’inglese che anche dopo la Brexit parleranno milioni di europei è ancora "proprietà" degli inglesi? Mai come ai nostri giorni l’immagine dell’Italia è riconoscibile, collegata alla bellezza, alla qualità, allo stile in ogni parte del mondo: dovremmo custodire tutto ciò chiudendolo a chiave nei nostri armadi e nelle nostre dispense?

Governare l’Italia nel XXI secolo significa occuparsi del bene comune degli italiani, ovunque vivano. Consentire loro di mantenere e far evolvere l’identità italiana, di rimanere collegati ai luoghi d’origine e di farli conoscere in tutto il mondo. Allo stesso tempo occorre definire una chiara strategia, basata sulla definizione di priorità e sulla capacità di far leva sulle alleanze con altri paesi europei e sul ‘network’ di italiani all’estero che operano in posizioni di rilievo, al fine di creare un ‘sistema Italia’ che sia in grado di incidere in modo rilevante sulle scelte dell’Unione Europea. La recente vicenda dell’Agenzia Europea del Farmaco rappresenta, purtroppo, un chiaro esempio dell’assenza di tale strategia. Tale strategia deve essere sviluppata sia in relazione a scelte relative a Istituzioni e strutture Europee (vedi Agenzia Europea del Farmaco), sia in relazione alla capacità di promuovere competenze e tecnologie italiane in settori innovativi (come l’energia rinnovabile).

Nel XXI secolo la dimensione naturale e sostenibile di governo del nostro continente è un’Unione Europea. E’ l’unica con dimensioni in grado di confrontarsi con USA, Cina, Russia, India e Paesi arabi. E’ l’unica dimensione che consente di assorbire squilibri demografici, sociali, economici e culturali che su territori più piccoli già oggi si abbattono con effetti devastanti. La casa europea è ancora incompleta, come per tanti anni lo è stata la Sagrada Familia di Gaudì a Barcellona. E’ la visione di un destino comune, è un progetto che più menti, braccia e cuori sono chiamati ad elaborare e a realizzare, con pazienza e tenacia.

La nostra visione

Oltre all’Italia, vorremmo anche un’Europa 10 Volte Meglio e soprattutto vorremmo che in tutta Europa gli italiani potessero vivere e lavorare 10 Volte Meglio. Nel nostro programma elettorale portiamo soprattutto questo spirito, ma anche alcune proposte specifiche sulle seguenti priorità di intervento.


12.1 Sviluppo dei talenti e sistema formativo


Vogliamo inserire tra le priorità lo sviluppo delle competenze e dei talenti al fine di mantenere la competitività, attraverso l’unificazione del sistema universitario tra i diversi paesi Europei.

In dettaglio, l’Unione deve anche inserire tra le sue priorità lo sviluppo delle competenze e dei talenti, elemento fondamentale per mantenere la competitività e superare la crisi demografica ormai alle porte: solo uno straordinario recupero di produttività potrà consentire di non fare sprofondare il continente in un declino economico dovuto alla riduzione della domanda, sia esso determinato dalla riduzione numerica della popolazione o dalla sua ridotta capacità economica, per effetto di un’integrazione poco qualificata destinata a lavori "poveri" e scarsamente remunerata.

L’integrazione può partire dall’unificazione del sistema universitario, basata su un modello comune di qualificazione, assistito da standard di verifica e controllo, sull’autonomia delle Università e sulla libertà di aprire sedi in tutti i Paesi UE, sull’eliminazione del valore legale del titolo di studio (dove esiste) e su incentivi alla circolazione di studenti e docenti. In una fase successiva dovrebbe essere unificato anche il sistema d’istruzione delle scuole superiori.


12.2 Gli italiani nella casa comune Europea


Vogliamo definire meccanismi che favoriscano integrazione e sinergie tra aziende italiane che vogliono espandersi in mercati esteri ed italiani con esperienza e professionalità che vivono in questi paesi e ristrutturare le istituzioni italiane all’estero in modo da realizzare una rete europea che consenta a tutti gli Italiani di sentire "a casa" in ogni territorio dell’Unione.

In dettaglio, crediamo che il sistema istituzionale italiano all’estero sia ormai antiquato e non più al passo con i tempi. Iniziando a considerare come è organizzata la rete delle nostre Ambasciate e il sistema Consolare (a cui è collegata l’AIRE- una istituzione divenuta assolutamente obsoleta) e passando per gli Istituti Italiani di Cultura e l’ENIT, ma soprattutto l’ICE, e Assocamerestero (che sono completamente inadeguate alle esigenze delle nostre PMI e che in tanti nel passato hanno cercato di riformare senza successo) il lavoro da fare appare essere davvero tanto.

Gli Italiani all’estero rappresentano un universo estremamente variegato, in funzione del periodo nel quale si sono trasferiti e del tipo di attività e professionalità sviluppata. Le attuali strutture di rappresentanza degli interessi degli italiani all’estero (Comites) sono basati su una realtà ormai superata, provano a rappresentare (in modo spesso inefficace) l’emigrazione di vecchia data e sono estremamente distanti dagli interessi ed esigenze della nuova immigrazione dei giovani degli ultimi anni. Occorre ripensare la struttura e l’organizzazione di queste istituzioni, al fine di promuovere l’identità e le professionalità degli italiani all’estero, supportarli nello sviluppo del loro percorso di vita e professionale e fornirgli strumenti concreti per rappresentare le loro esigenze, sia nel Paese in cui vivono, sia in Italia.

Partendo dal principio che ogni italiano che si trova a vivere ed operare (anche temporaneamente) all’estero rappresenta nel suo piccolo il nostro Paese, e debba quindi poter contribuire il più possibile al successo e alla competizione dell’Italia nell’agone mondiale, deve a maggior ragione poter essere rappresentato dalle nostre Istituzioni degnamente ed efficacemente e sostenuto in tutte le proprie necessità.

E’ chiaro che, in una fase del nostro progresso così accelerata come quella che viviamo ora, e che toglie costantemente "fisicità" alle istituzioni per spingerle ad essere più vicine al cittadino con altri canali comunicativi, si può e si deve investire nella direzione di dare più servizi e permettere a tutti gli italiani di contribuire a loro volta a migliorare questa interazione.

Dal concetto arcaico di "Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero", si potrebbe passare a quello di "Banca Dati degli Italiani all’Estero" - nella quale chiunque, ad esempio con un’autocertificazione, possa inserire una serie di informazioni, mettersi a disposizione di altri Italiani, i quali, anche dall’Italia, potrebbero così trovare facilmente persone competenti per il proprio business, la cultura, gli scambi interpersonali, con lo stesso principio dei Social Network, il tutto controllato ed eventualmente certificato dalle nostre Istituzioni, le quali in caso di necessità, saprebbero così come rintracciare velocemente i nostri connazionali.

Anche inviare comunicazioni o coinvolgere i nostri concittadini all’estero su iniziative di interesse generale, potrebbe diventare molto più facile. "Essere Italiani" quindi diventerebbe a maggior ragione un concetto legato definitivamente ai nostri valori e al nostro esserlo nell’anima, e non più soltanto al territorio in cui viviamo, soprattutto appunto se ci muoviamo nella nostra Casa Comune Europea.

Un passo successivo sarebbe quello di dare un contributo alla costruzione della cittadinanza europea che diventerebbe un concetto più legato alla partecipazione sociale e al territorio in cui si vive: da Italiani, possiamo essere oggi Londinesi, o Berlinesi o Parigini, senza essere però inglesi, tedeschi o francesi, ma finendo per condividere con i nostri nuovi concittadini, quasi in tutto, diritti e doveri. E’ chiaro che questa situazione vada ormai urgentemente razionalizzata e organizzata meglio.


12.3 Fondi strutturali


Vogliamo definire chiare priorità per destinare i Fondi strutturali verso gli investimenti in infrastrutture e sviluppare le competenze per utilizzare al meglio i fondi strutturali destinati all’Italia. In dettaglio, nel 2020 terminerà l’attuale ciclo di gestione dei Fondi Strutturali, che ha impegnato 351,8 mld € nel periodo 2014-2020, di cui ca. 43 destinati all’Italia. Ad essi si aggiungono i cofinanziamenti nazionali, che portano a ca. 75 mld € la somma potenzialmente disponibile, quasi interamente per lo sviluppo delle aree meno sviluppate incluse nell’obiettivo "Convergenza": le regioni del Sud, nel nostro caso.

I dibattiti, le notizie di stampa e anche molte azioni degli ultimi governi (in particolare il "Piano di Azione e Coesione," del 2011, che ha ridefinito le priorità in funzione anti-ciclica e di accelerazione della spesa) si sono concentrati sulla necessità di "non perdere e spendere" queste significative risorse, molto meno sull’analisi dei risultati. Che sono modesti in Italia, in termini d’impatto sul divario di ricchezza, persistente e aggravato nelle fasi di crisi. In particolare, rispetto a quanto emerge dal confronto con gli altri paesi EU27, il nostro Paese appare essere indietro nel settore della cosiddetta "Europrogettazione".

Esistono ambiti in cui l’Italia gioca un ruolo di primo piano (e.s. Horizon 2020 SME Instruments), ma manca una cultura di europrogettazione in Italia presso le piccole e medie imprese che molto spesso non conoscono questi strumenti di networking e sviluppo di mercato. Nonostante l’Italia sia membro fondatore dell’UE, ed abbia da sempre partecipato (sulla carta) attivamente a tutte le principali iniziative, possiamo dire che troppo poco si è fatto per sviluppare delle professionalità concrete dedicate a questa attività. Alcune istituzioni, soprattutto alcune Camere di Commercio, hanno lodevolmente dedicato progetti e risorse per aiutare almeno il settore privato ad avere accesso a fondi e strumenti di finanza agevolata che negli altri paesi sono ormai entrati a far parte del "pane quotidiano" di ogni azienda.

Nel settore pubblico invece c’è ancora tantissima strada da fare (fatte salve alcune lodevoli eccezioni in alcune regioni Italiane, come Veneto ed Umbria). Una priorità del nostro programma è quindi quella di dare il maggior risalto possibile a queste competenze, iniziando col valorizzare quelle già presenti, per poi creare veri e propri corsi di specializzazione e preparare i nostri funzionari pubblici ad attingere quei fondi che paradossalmente sono già destinati al nostro Paese, ma che si fermano a Bruxelles.

Il dibattito europeo da qui al 2021 sarà concentrato sull’entità dei Fondi da destinare al prossimo ciclo di programmazione, ma soprattutto sulle priorità, con la probabile spaccatura tra il "partito" della competitività e quello della coesione. Ma ancora di più si rischia che il primo sia sostenuto dai Paesi del Nord e il secondo si traduca in richieste di sussidi, più o meno mascherate. E’ un dibattito molto difficile da sviluppare in Italia, i cui politici mostrano da sempre scarsa conoscenza e considerazione delle regole e dei meccanismi dell’Unione, sulla quale scaricano aspettative e lamentele, a seconda dei casi.

È però un dibattito vitale per il nostro Paese: le debolezze strutturali del bilancio nazionale, destinate a rimanere tali almeno per alcuni decenni a causa del peso eccessivo del debito e di una curva demografica avversa, non permettono di trascurare somme così rilevanti e potenzialmente decisive per invertire la tendenza. La priorità italiana è lo sviluppo e la manutenzione delle infrastrutture. Da diversi anni la spesa nazionale per investimenti si è contratta fortemente, lo stato delle infrastrutture tradizionali (strade, ferrovie locali, reti idriche, reti telefoniche terrestri) è notevolmente degradato ed è rimasto in condizioni di pesante arretratezza in molte regioni. Lo sviluppo delle infrastrutture più recenti (reti dati, centri di calcolo e ricerca, centri di sviluppo software, incubatori e acceleratori d’impresa, sistemi di sicurezza, sistemi di pagamento) è molto rallentato e soprattutto parcellizzato, privo di un disegno complessivo.

L’Italia deve orientare la destinazione dei Fondi strutturali verso gli investimenti in infrastrutture, delineando anche forme di finanziamento in grado di attirare capitali privati. La concentrazione delle reti fisiche in grandi player di dimensione europea consentirebbe di governare efficacemente i fondi europei e nello stesso tempo di accedere al mercato dei capitali con strumenti finanziari orientati ad investitori di lungo periodo. La revisione e integrazione complessiva degli assetti regolatori consentirebbe di determinare in modo stabile e univoco la remunerazione degli investimenti e della proprietà delle reti, evitando eccessi speculativi, e di creare un mercato competitivo di gestori "puri", radicato territorialmente. La seconda priorità è invece diretta agli interventi a favore di aree con "ritardo di sviluppo". Occorre riflettere seriamente sull’opportunità di continuare a perseguire politiche di "convergenza" che tentino di applicare modelli di sviluppo omogenei su tutti i territori.

Il Sud Italia può sviluppare e rafforzare un modello alternativo basato su turismo, agricoltura, produzione di energie rinnovabili, sviluppo di capitale culturale. Un modello di sostenibilità ambientale che promuova la cultura del "luogo ideale in cui vivere". Perché questo modello si possa realizzare e sia sostenibile economicamente è necessario che da un lato le zone che lo applicano siano del tutto ripulite da ciò che è "brutto", a partire dalla malavita, dall’inquinamento, dall’incuria, e che dall’altro gli abitanti si possano dedicare alla realizzazione e gestione di modelli diffusi di accoglienza, sviluppo culturale e naturale, parziale ri-conversione delle colture agricole, architettura bio-energetica. Le risorse dei Fondi Europei dovrebbero essere quindi indirizzate a operazioni di ricostruzione ambientale e sociale, affidando un ruolo decisivo all’imprenditoria sociale e alle organizzazioni del terzo settore.


12.4 Architettura e governance


Vogliamo razionalizzare l’architettura delle istituzioni europee. L’Italia deve sviluppare una nuova visione-guida per l’Unione, abbandonando un ruolo subalterno e rivendicativo.

In dettaglio, l’Unione Europea ha sviluppato un’architettura di governo economico e finanziario del continente: benché sia migliorabile e per molti aspetti immatura, non possiamo pensare d’indebolirla o addirittura farne a meno. Viviamo una fase in cui si accentua la competizione tra la Commissione e il Consiglio europei, con il secondo che sposta il baricentro verso i singoli stati, a scapito dell’integrazione, e il Parlamento che rimane ai margini delle decisioni cruciali. Il prossimo governo italiano deve dedicare energie e competenze primarie alla politica europea, anche facendosi carico di sviluppare una nuova visione istituzionale e di tessere le alleanze necessarie a realizzarla. Una visione di reale integrazione culturale e sociale, non solo economica. Occorre però completare l’architettura di governance economica europea con strumenti in grado di gestire in comune investimenti infrastrutturali e debito. Ciò comporta una profonda revisione del Bilancio dell’Unione, della sua struttura e funzione.


12.5 Economia e Finanza


Vogliamo mantenere e rafforzare il ruolo indipendente della BCE nella politica monetaria dell’area Euro, nella crescita e nella vigilanza del sistema finanziario. In dettaglio, una BCE forte e autorevole è garanzia di stabilità e la crescente integrazione e trasparenza del sistema finanziario consente di ridurre i rischi sempre insiti in un modello economico globale che richiede enormi masse di liquidità in movimento per funzionare. Il ruolo della BCE nella vigilanza delle grandi banche è necessario per scongiurare rischi sistemici e crisi di liquidità sul mercato interbancario, come avvenuto nel 2011, ma deve essere sviluppato lungo direttrici che consentano di rafforzare gradualmente il sistema e garantendo la concorrenza.

La via intrapresa per la riduzione delle sofferenze, con la creazione di un mercato delle medesime, è centrale in questa strategia, ma non deve penalizzare le grandi banche in grado di effettuare una gestione in-house efficiente e spesso in grado di produrre risultati migliori nel medio termine. La pulizia dei bilanci bancari deve inoltre affrontare anche il nodo del peso eccessivo degli asset illiquidi, a partire da quelli immobiliari. Questa deve essere la posizione dell’Italia, e non solo perché in grado di ribilanciare la percezione di forza / debolezza relativa delle banche italiane rispetto a quelle francesi e tedesche.


12.6 Sport


Vogliamo la creazione di campionati professionistici europei, al fine di favorire l’attrazione di risorse economiche importanti e di favorire l’integrazione. In dettaglio, una forte leva d’integrazione è rappresentata dallo sport, che consente di conservare e valorizzare le identità locali trasferendo la competizione in ambito che generano relazioni e crescita, anche economica. La creazione per le principali discipline di squadra, calcio escluso o autonomamente regolato dalle sue istituzioni, di campionati professionistici europei che raggruppino le squadre più forti, lasciando ai campionati nazionali il ruolo di collegamento con l’universo dei praticanti, consentirebbe di far affluire risorse economiche importanti e di favorire l’integrazione senza comprimere le identità.


12.7 Sistema di difesa


Vogliamo la costituzione di un sistema europeo di difesa militare. In dettaglio, consideriamo non più rinviabile la costituzione di un sistema di difesa militare europeo. Occorre superare gli ultimi residui retaggi di un dibattito pro o contro NATO, trasformando l’Alleanza Atlantica in un coordinamento bilaterale permanente di forze americane ed europee, queste ultime pienamente unificate integrando gli eserciti dei singoli Paesi. Tale scelta, ormai improcrastinabile per ragioni strategiche ed economiche, rafforzerebbe anche le istituzione dell’Unione: il Parlamento, chiamato ad autorizzare le missioni, e la Commissione, chiamata ad organizzare il vertice operativo della Difesa europea.

La salute come diritto

Il diritto alla salute di ogni cittadino è sancito nella Costituzione Italiana del 1948 all’articolo 32 "La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge". La Costituzione Italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948 è stata all’avanguardia ed ha addirittura preceduto la Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, agenzia speciale dell’ONU per la salute, entrata in vigore il 7 aprile 1948.

Per garantire la sostenibilità del Sistema Sanitario Nazionale (SSN) serve innanzitutto "l’esplicita volontà di rimettere al centro dell’agenda politica la sanità pubblica e, più in generale, il sistema di welfare, sintonizzando programmazione finanziaria e sanitaria sull’obiettivo prioritario di salvaguardare la più grande conquista sociale dei cittadini italiani: un servizio sanitario pubblico, equo e universalistico da garantire alle future generazioni" . Solo se lo Stato metterà al centro della politica il benessere dei cittadini, i piani di prevenzione sanitaria, l’accesso alle cure sarà garantito a tutti i cittadini e in modo uguale e uniforme sul territorio nazionale.


La salute come investimento produttivo per il futuro

Per noi, oltre che essere un diritto fondamentale inalienabile di ogni cittadino, la salute deve essere vista non come costo da tagliare nel bilancio dello stato, ma come investimento che genera ritorni socio-economici immensi per il futuro del Paese, e come sistema che crea occupazione e tecnologia innovative. Investire nella salute e nell’istruzione non solo incideranno nella vita degli adolescenti e dei giovani, ma produrranno anche significati ritorni economici e di relazioni sociali. Gli investimenti nella salute degli adolescenti, ad esempio, portano triplici benefici: per gli adolescenti, per la loro futura vita adulta e per la prossima generazione. La loro salute e il loro benessere sono motori di cambiamento per creare società più sane e più sostenibili.


La salute al centro dell’agenda politica italiana e estera

Il nostro principio cardine è porre la salute al centro della politica italiana e estera. È necessario difendere strenuamente il SSN Italiano che rappresenta tuttora un modello di eccellenza e di qualità da seguire per molti Paesi. Il diritto alla salute rimane infatti inaccessibile e non tutelato per moltissimi paesi al mondo e l’Italia è chiamata a giocare un ruolo di leader a livello mondiale nella promozione di un sistema sanitario che garantisca l’accesso universale ai servizi sanitari a tutta la popolazione indipendentemente dallo status economico e sociale, dal genere, dalla religione, dalla provenienza. Posizionare l’Italia come leader globale nel campo della promozione e della tutela della salute può divenire uno strumento di politica internazionale attraverso il quale diffondere know-how, tecnologia e professionisti della salute. L’Italia vanta primati ed eccellenze in numerosi settori della salute pubblica ed è proprio su queste eccellenze che bisogna puntare. Di seguito il programma per un futuro di eccellenza per il nostro SSN, che si articola in dieci punti.


13.1 L’evidenza scientifica come guida e la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche


Il ruolo chiave del sistema politico-salute di un Paese è quello di fare in modo che le politiche, e quindi i comportamenti della popolazione in tema salute, siano guidati dall’evidenza scientifica. È nostro compito fare in modo che ciò avvenga, e troppi sono i casi, anche recenti, in cui ciò non è avvenuto. Il caso stamina di alcuni anni fa, e il dibattito odierno sul tema dei vaccini ne sono la prova. La mancanza di informazioni chiare, l’apertura di dibattito politico su temi scientifici, il cavalcare la paura dei soggetti più deboli, il politicizzare la salute dei bambini e la preoccupazione delle famiglie, sono solo alcuni degli errori commessi nella gestione della salute pubblica del nostro Paese.

Noi vogliamo restaurare un sistema di salute pubblica che dia nuovamente al concetto di evidenza scientifica il ruolo di guida nella definizione, sviluppo ed implementazione delle politiche sanitarie, associato ad una chiara comunicazione con i cittadini tale da rendere le informazioni accessibili ed efficaci. D’altro canto vogliamo anche assicurare che la popolazione partecipi attivamente alla definizione delle politiche, dia un feedback sulla soddisfazione del SSN, che sia utilizzato per valutare, modificare e migliorare le strategie ed i servizi sanitari offerti.

Azioni concrete: traduzione sistematica delle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, delle agenzie regolatorie; attivazione di meccanismi per identificare le priorità locali, regionali e nazionali attraverso il coinvolgimento diretto degli operatori sanitari, e della popolazione con tecniche validate come focus group, e partecipative; produzione di articoli e giornali che promuovano la sanità italiana nel mondo, sia come sistema che come innovazione tecnologica e di personale; identificazione di centri di eccellenza che partecipino alle negoziazioni globali, insieme ai rappresentanti dei ministeri esteri e salute e creino un gruppo di giovani professionisti italiani esperti della salute mondiale.


13.2 Equità


Nonostante l’eccellenza del sistema sanitario Italiano molti rimangono i limiti in termini di omogeneità nella qualità dei servizi. L’attuale impostazione del sistema sanitario comporta infatti una forte discrepanza a livello di spesa e di qualità dell’offerta in seno alle varie strutture e, soprattutto, tra le varie Regioni. Si è creata una sanità pubblica a due velocità, con un Nord che salva la qualità della propria offerta e un Sud in difficoltà. La difficoltà nel garantire omogeneità nei livelli di assistenza e sostenibilità economica, rischia di pregiudicare seriamente quell’universalità delle cure che ha fino ad oggi ha caratterizzato il nostro SSN.

Oggi l’accesso ai servizi sanitari ed alle cure evidenzia una crescente disparità nelle opportunità di diagnosi, cura, prevenzione e riabilitazione nei 21 sistemi sanitari regionali. Alcuni indicatori strutturali di esito dimostrano che la quota di malati cronici in buona salute è inferiore nelle Regioni meridionali, rispetto a quella delle Regioni del Centro-Nord. Ad essere sempre più a rischio in questo sistema cominciano ad essere soggetti più vulnerabili quali donne, bambini ed anziani.

Azioni concrete: cospicuo investimento in formazione, tecnologia e strutture al Sud o, nella filosofia di 10 Volte Meglio, potenziare le strutture efficienti del Nord che dovranno prendersi carico anche del Sud (rivedendo i sistemi economici di compensazione dei costi interregionali) investendo al Sud in formazione ed educazione della popolazione.


13.3 Prevenire è curare: salute della famiglia, delle donne, dei bambini e degli adolescenti e contrasto alla violenza di genere


Fra i primati di cui l’Italia gode vi è quello di essere fra i Paesi con i più bassi tassi di mortalità materna ed infantile. Questo è un traguardo che il nostro Paese ha raggiunto attraverso politiche di prevenzione, accesso universale ai servizi essenziali, ai servizi di assistenza, interventi di informazione ed educazione specificatamente centrati sui bisogni delle donne e dei bambini e l’accesso a tecnologie avanzate. La salute della madre e del bambino è indice della salute di una popolazione e delle sue condizioni socioeconomiche e culturali. La donna è stata storicamente in Italia l’elemento determinante nella salute della famiglia coltivando e tramandando tra l’altro quei sani stili di vita che possono essere riassunti nel concetto di dieta (stile di vita) mediterranea: un insieme di sana alimentazione, adeguata attività fisica e convivialità che hanno protetto la popolazione italiana dalle cosiddette "malattie dell’occidente".

La diffusione di modelli culturali estranei alla nostra tradizione e l’enorme difficoltà per le donne a conciliare famiglia e lavoro ci hanno però negli ultimi decenni fatto dimenticare quelle sane pratiche "salutogenetiche" così unicamente italiane contribuendo anche in Italia alla diffusione di quelle malattie cronico-degenerative che oggi affliggono ampi strati della popolazione. Un altro terribile "virus" ha gravemente colpito quell’elemento fondamentale per la salute della famiglia e della società che è la donna: la violenza dentro e fuori le mura domestiche. Misure adeguate per l’adattamento dei sistemi sanitari alla prevenzione e trattamento di casi di violenza contro le donne sono fra le priorità del nostro programma.

Oltre cento donne in Italia, ogni anno, vengono uccise e quasi sempre si tratta di violenza maturata fra le mura domestiche. Sono quasi 7 milioni, secondo i dati Istat, le donne che nel corso della propria vita hanno subito una forma di abuso. E il sistema sociale e sanitario Italiano non è sempre pronto ad una risposta adeguata nella prevenzione e trattamento di questi casi. La risposta del sistema sanitario alla violenza di genere è un intervento molto complesso che include diverse componenti atte a tutelare la salute fisica e mentale della donna e favorire un suo reintegro nel contesto familiare, lavorativo e sociale.

Azioni concrete: potenziamento dei consultori famigliari con servizi specificatamente dedicati, riduzione dei tagli cesarei e promozione del parto normale con accesso garantito all’analgesia durante il parto; coordinamento ed integrazione con il SSN delle varie Associazioni e club operanti con le strutture specifiche del territorio tipo Sportello Donna, collaborazione con le associazioni esistenti per sensibilizzare la cittadinanza e per creare una rete di supporto alle donne oggetto di violenza ed ai loro famigliari (es. Comitati Pari Opportunità degli Enti locali, Stati Generali delle Donne, club Soroptimist, Lyon Club, Fondazione Bellisario, ecc.)

Fra le priorità relative alla salute della donna noi poniamo anche la prevenzione, trattamento e informazione sul tema del cancro. Ogni giorno in Italia si scoprono circa 1.000 nuovi casi di cancro di cui circa 176.200 (48%) fra le donne. L’Italia ha un sistema di prevenzione e screening molto avanzato, ma è solo attraverso un costante finanziamento e supporto a questi interventi che tali standard possono essere mantenuti. Azioni concrete: Potenziare lo screening della mammella, del collo dell’utero e dell’intestino nelle varie Regioni e rivedere, con EBM, se è il caso di ampliare la fascia di età che viene oggi inclusa.

La mortalità infantile in Italia è fra le più basse al mondo, ma sono altri numeri quelli che oggi ci preoccupano. Oggi l’Italia mostra infatti una preoccupante diminuzione della copertura vaccinale. Nel 2017, l’Italia è risultata seconda in Europa, dopo la Romania, per il più alto numero di casi di morbillo, il tutto accompagnato ad una crescente politicizzazione del dibattito sui vaccini. Azione concreta: Forte lotta alla "vaccine-esitancy" attraverso campagne di informazione, educazione in relazione alla salute dei bambini.


13.4 Invecchiamento attivo


Gli europei sono tra i cittadini che vivono più a lungo, battuti solo dal Giappone. E in Europa l’Italia si piazza nel gruppo di testa, con Svezia, Francia, Finlandia e Olanda, per l’aspettativa di vita dei suoi abitanti. Ma se da un lato si allunga la vita dall’altro lato si è destinati, soprattutto negli ultimi anni, a vivere con malattie croniche, causate in gran parte dai cattivi stili di vita. Noi vogliamo disegnare un nuovo modello di assistenza socio-sanitaria per le persone over 65 anni, promuovendo azioni positive che affianchino l’aumento della durata della vita alla qualità della vita stessa promuovendo l’invecchiamento attivo, la capacità funzionale individuale ed adottando nuove politiche a sostegno delle persone con cronicità importanti, disabilità.

Allungata la durata dell’esistenza, la prossima vera sfida consiste nel condurre vite più sane, in modo che il tempo guadagnato non sia speso tutto tra cure e medicine. L’aumento della vita media, delle cronicità e delle non autosufficienze impone una diversa organizzazione dell’assistenza territoriale ad iniziare dal ruolo del medico di medicina generale sino ai nuovi assetti organizzativi che interessano la lungodegenza, la riabilitazione, l’assistenza domiciliare, la specialistica ambulatoriale, la long term care, e così via.

Azioni concrete: Incentivi per l’adozione di stili di vita sani in cui l’alimentazione e l’esercizio fisico giocano un ruolo determinante con la istituzione di specifici percorsi motori sia indoor che outdoor a basso costo ed accessibili a tutti, ivi compresi i soggetti disabili; campagne di informazione sulla corretta alimentazione adeguata all’età, al genere e alle condizioni di salute dei soggetti; potenziamento degli screening di tutte le malattie croniche, ad esempio la retinopatia diabetica; inserimento di nuove tecnologie per l’aiuto domestico ed assistenziale delle persone anziane parzialmente o totalmente disabili; istituzione di un numero adeguato di strutture residenziali per anziani con specifici percorsi di integrazione anziani-giovani.

Potenziamento della medicina geriatrica, di un approccio integrato alle pluripatologie nell’anziano. Creazione di nuovi curricula e percorsi educativi per caregivers indirizzati a operatori sanitari, cittadini e migranti. Convertire l’informale delle badanti nel formale attraverso la formazione, ridurre nel medio termine il turnover e creare un nuovo percorso professionale, rendendo il caregiving una scelta di carriera. Questo favorirebbe la creazione di nuovi posti di lavoro e un’opportunità di reale integrazione per i migranti.


13.5 La salute mentale e la disabilità fisica


Nei prossimi due decenni la salute mentale avrà un impatto sociale ed economico di gran lunga superiore a quello combinato di cancro, diabete e malattie del sistema respiratorio. Questo è dovuto all’alta prevalenza di malattie mentali - con una persona su quattro affetta da almeno una patologia mentale nel corso della vita. La scarsa conoscenza e comprensione di queste patologie, associate ad alti livelli di discriminazione, rendono necessaria una strategia adeguata a livello nazionale che guardi soprattutto alle generazioni future. Molte patologie emergono infatti a partire dall’adolescenza, producendo effetti negativi sulla persona e la sua integrazione nel tessuto sociale, culturale e lavorativo. Temi importanti da trattare includono:

  • Impatto delle nuove tecnologie di comunicazione sulla salute mentale dell’individuo (come isolamento, bullismo, ludopatie).
  • Impatto dei nuovi modelli di lavoro come l’automazione sulle dinamiche occupazionali oggi consolidate. La riconversione verso nuovi curriculum e il timore di un’uscita temporanea o semi-permanente dal mondo del lavoro potrebbero creare un impatto notevole sulla salute mentale degli individui.
  • Legame tra salute mentale e sicurezza, con il rischio di incremento di suicidi, di azioni violente ed episodi di terrorismo.

Nel campo della disabilità queste le azioni concrete: campagne di sensibilizzazione sociale mirate a combattere la stigmatizzazione, coinvolgimento dei giovani in programmi di prevenzione e integrazione, riforma dei protocolli di screening e intervento a livello di cure primarie (medici di base), uso della tecnologia per favorire l’aderenza alle cure e eliminare potenziale reticenza ad intraprendere trattamenti. Nel 2006 l’Assemblea Onu ha approvato la Convenzione per i diritti delle persone con disabilità che si ispira al principio di parità di trattamento nel rispetto delle diversità di ciascun individuo e si basa sul rifiuto di qualsiasi discriminazione.

In Italia nella cura delle persone con disabilità anche da parte del personale medico e sanitario spesso si incontrano numerose difficoltà organizzative e gestionali, e pregiudizi. Quasi due strutture sanitarie su tre non hanno infatti un percorso prioritario per i pazienti con disabilità che devono fruire di prestazioni ospedaliere e oltre il 78% degli ospedali non prevede spazi adatti di assistenza per le persone con disabilità intellettiva, motoria e sensoriale. L’attesa al pronto soccorso, un esame invasivo per diagnosticare una malattia, la degenza in reparto, situazioni che rappresentano disagi per qualsiasi paziente, si trasformano in un vero e proprio ostacolo per chi vive in una condizione di fragilità.

Tali “barriere sanitarie” rischiano di essere insormontabili soprattutto negli ospedali del Mezzogiorno e sono la prova di un ennesimo divario tra Nord e Sud della nostra penisola: basti pensare che per persone con disabilità cognitiva sono previsti percorsi sanitari nel 29% degli ambulatori e dei reparti del Nord Italia contro il 6,5% di quelli del Sud. Azioni concrete: sviluppare un piano d’azione per rendere le strutture sanitaria "a misura di tutti". Promuovere attività di sport e prevenzione per mantenere il benessere e l’integrazione sociale dei disabili.


13.6 Lotta ai cambiamenti climatici e promozione di energia pulita


Le emissioni di CO2 stanno aumentando più rapidamente del previsto con ripercussioni sulla salute del pianeta e del genere umano. L’innalzamento del livello del mare, il cambio dei vettori delle principali malattie infettive, l’incremento delle ondate di calore e dei periodi di intensa siccità, la frequenza di alluvioni, l’aumento per numero e intensità delle tempeste e degli uragani sono solo alcune delle conseguenze registrate nel mondo. Nessun Paese può sottrarsi rispetto all’impegno preso per invertire questa rotta.

L’Italia è da sempre all’avanguardia nello sviluppo tecnologico nel campo dell’energia alternativa, anche applicata al settore salute, ed ha giocato un ruolo chiave nella promozione della lotta ai cambiamenti climatici per proteggere il pianeta, e per proteggere la salute della popolazione globale. Vogliamo utilizzare l’esperienza nazionale per posizionare l’Italia come leader nel mondo per azioni contro il cambiamento climatico e la promozione di energia pulita. La nostra priorità è attuare azioni per la lotta contro l’inquinamento atmosferico contribuendo alla riduzione di emissione di CO2.

Azioni concrete: attuare e incentivare i nuovi modelli di diagnosi, cura, riabilitazione e promozione della salute come quello adottato dal nuovo ospedale pediatrico Careggi di Firenze ("Greening the health system"), collegando strettamente l’ospedale con le strutture territoriali. Promuovere le "Greening fitness area" ovvero delle palestre o dei percorsi outdoor il cui utilizzo produce energia pulita. Ci sono anche modelli virtuosi di aziende italiane nella fornitura di attrezzature e servizi per il fitness, come ad esempio Technogym con la nuova linea dei macchinari Artis appositamente creata per trasformare la fatica e lo sforzo fisico in energia elettrica pulita e non lasciare che una potenziale fonte rinnovabile vada persa.

Altri esempi: "La scuola a pedali", una sperimentazione attiva a Roma, che ha realizzato in una sala della scuola un’installazione di 18 postazioni a propulsione umana fra spin-bikes, manovelle e rulli liberi in grado di produrre energia elettrica mediante delle dinamo a cui sono collegati degli accumulatori di corrente elettrica. Gli studenti vengono motivati alla produzione con la registrazione su tessera elettronica personale dei watt orari prodotti che rappresentano dei "crediti energetici" che possono spendere in diversi modi. Questo permette di stimolare la consapevolezza dei propri consumi nei giovani studenti che saranno i consumatori del futuro e di partecipare in prima persona alla produzione di energia elettrica per la propria scuola. Occorre inoltre disegnare una strategia con il settore energetico per la promozione del trasporto pubblico, l’aumento dell’attività fisica della popolazione e la riduzione delle emissioni di CO2 degli ospedali.


13.7 Tecnologia, efficacia ed innovazione del SSN


Secondo il Censis, nel 2016, il 45% degli intervistati percepisce un peggioramento del livello del SSN, contro il 29% del 2011. Il malcontento è legato soprattutto al progressivo allungamento dei tempi medi di attesa: da 43 giorni nel 2014 si è passati a 58 nel 2015, con picchi di 3 mesi e con forti disomogeneità territoriali, in particolare nelle Regioni in piani di rientro (Calabria, Molise, Puglia, Sicilia e Calabria). La necessità di forti cambiamenti del nostro sistema sanitario nazionale è una delle nostre priorità sia in termini di efficacia, che di innovazione. La politica del solo risparmio, basata essenzialmente sui tagli lineari senza incidere sulle diseconomie vere, sulle sacche di ristagno, sulle rendite di posizione e senza un vero processo di ristrutturazione del nostro servizio sanitario nazionale, ha ottenuto in questi anni il solo risultato di una progressiva riduzione dei servizi e della sicurezza delle cure.

La questione non è solo ridurre la spesa, ma disegnare un SSN sostenibile attraverso un "ammodernamento" della rete sanitaria ospedaliera e territoriale, in virtù delle mutate necessità della popolazione. Molto poco è stato fatto infatti per la rete territoriale in cui peraltro è urgente intervenire istituendo servizi ambulatoriali di diagnosi e cura, riabilitativi, liberare i "Pronto Soccorso" ospedalieri dai codici bianchi e verdi, creare strutture intermedie per lungodegenti, strutture di integrazione socio-sanitaria per la promozione e la tutela della salute soprattutto per le persone over 65 anni di età e per tutte le fasce più deboli. Il nostro obiettivo è puntare sull’innovazione e modernizzazione del SSN in modo da renderlo più efficace, equo e sostenibile.

Azioni concrete: creazione di un sistema nazionale di High Technology Assessment (HTA), capace di rendere pubblici i criteri di inclusione ed utilizzo delle tecnologie, su cui innescare un sistema di benchmarking inter-aziendale ed inter-regionale dei consumi correlati ai casi trattati e valorizzare il potenziale dei sistemi informativi disponibili per rendere visibili la quota di prevalenza delle patologie prese in carico, il tasso di adesione della filiera professionale ai percorsi programmati, l’indice di compliance dei pazienti. Questo include l’identificazione di nuovi LEA che tengano conto di indicatori di qualità, appropriatezza e adeguatezza ad iniziare dal fabbisogno minimo di risorse umane, tecnologiche, strutturali e standard organizzativi necessari a garantirli. Adozione di sistemi efficaci già presenti in alcune regioni (Emilia Romagna) per ridurre le liste di attesa.


13.8 Personale sanitario - Il cuore del SSN


Da troppo tempo le azioni del governo nazionale e dei governi regionali considerano le risorse umane del SSN un costo, da ridurre utilizzando l’approccio aziendalistico che ha totalmente emarginato dalla leadership della programmazione e della gestione delle politiche sanitarie gli operatori della sanità, a partire dai medici. I guasti prodotti da questo approccio aziendalistico sono sotto gli occhi di tutti. È tempo che il personale sanitario torni ad essere valutato come la principale risorsa del SSN. Le professionalità e i percorsi di formazione degli uomini e delle donne che lavorano in sanità sono il vero potenziale economico della sanità italiana, la formidabile leva capace di moltiplicare il valore della principale azienda del Paese, l’azienda della salute.

La rivalutazione del potenziale umano della sanità italiana, auspicata da 10 Volte Meglio, non può prescindere dal riportare gli operatori della sanità al vertice delle strutture amministrative e decisionali che governano la distribuzione e la gestione delle risorse economiche in sanità. Non è più tollerabile che a livello centrale e regionale continuino a legiferare e normare l’organizzazione della "macchina" sanitaria nazionale persone estranee alle professioni sanitarie, che nulla possono sapere circa le reali esigenze degli operatori sanitari e le regole di una sanità realmente capace di riconoscere i bisogni tanto degli operatori sanitari, quanto dei destinatari delle cure.

In questa prospettiva di riconoscimento del valore del capitale umano impegnato in sanità va immediatamente rivisitata la fallimentare programmazione sanitaria del nostro Paese. Nel 2011 l’età media del personale SSN era di 50 anni per i medici e 45 anni per gli infermieri. Oggi l’età media dei medici ospedalieri è di 58 anni. La quota di medici di famiglia con almeno 27 anni dalla laurea è passata dal 12% del 1998 al 62% del 2012. Un terzo dei medici di famiglia oggi in servizio andrà in pensione entro il 2023. Nonostante le evidenze circa l’invecchiamento del personale sanitario e dei medici in particolare, nulla è stato finora realizzato per evitare che tra pochi anni milioni di cittadini italiani si trovino senza medico di famiglia, curati in ospedale da medici sempre più anziani e in reparti sempre più in carenza di organici.

L’enorme sforzo di laureare ogni anno circa 10 mila nuovi medici s’infrange sull’incomprensibile diniego di dare a tutti uno sbocco lavorativo, limitando a solo poco più di 6.000 all’anno di essi la possibilità di proseguire il percorso formativo nelle scuole di specializzazione oppure nel triennio di formazione in medicina generale; così ogni anno si "producono" circa 4000 medici destinati o all’emigrazione o allo sfruttamento del lavoro sottopagato. E tutto questo a fronte della carenza di medici che ci attende da qui a pochi anni.

Azioni concrete: aumentare il numero dei posti in Scuola di Specialità e nella Formazione dei Medici di Medicina Generale così da assorbire la totalità dei neolaureati di ogni anno e contrastare la carenza di medici prossima ventura, anche ricavando le borse di studio da prestiti d’onore che i medici potranno rifondere appena inseriti nel ciclo lavorativo. Governare il cambiamento delle professionalità e dei profili anagrafici del personale del SSN delineando percorsi che includano le nuove competenze professionali, in stretta connessione con la nuove tecnologie e i nuovi bisogni della popolazione, attuando sistematiche valutazioni di costo-efficacia delle innovazioni organizzative e della qualità degli esiti, rimotivando gli operatori della sanità con incentivi economici per contrastare insoddisfazioni, inefficienze e opportunismi.

Valorizzazione delle competenze con incentivazioni alla carriera professionale del personale sanitario. Rinnovare i contratti di lavoro a livello nazionale e introdurre flessibilità dell’orario di lavoro che possa conciliare lavoro-famiglia e permettere la carriera delle donne che, tra l’altro, sono già prevalenti nel personale sanitario. Creazione di un mercato del lavoro nella sanità, nazionale e internazionale, con stabilizzazione del precariato e inserimento dei giovani operatori sanitari. Regolamentazione del cosiddetto "secondo pilastro" della sanità italiana, costituito dagli investitori privati, secondo una strategia di integrazione - collaborazione con il SSN che, salvaguardando pari dignità professionale e pari trattamento economico tra tutti gli operatori sanitari dei due comparti, consenta l’erogazione di servizi sanitari di qualità a tutti i cittadini.


13.9 Revisione del Titolo V


La riforma del Titolo V della Costituzione approvata nel 2001 ha dato vita a ventuno sistemi sanitari diversi, in territori con differente gettito fiscale, con differente capacità e appropriatezza di spesa, con differente organizzazione dei sistemi sanitari regionali e della loro appropriatezza nella risposta ai bisogni sanitari. Tutto questo ha determinato l’incapacità del sistema di assicurare in modo omogeneo i Lea, eludendo i principi di equità e universalità sui quali si fonda il SNN.

La situazione attuale rischia seriamente di peggiorare l’inadeguatezza dei sistemi sanitari regionali più deboli limitando soprattutto le tutele sanitarie delle fasce più fragili e bisognose della popolazione. Ci troviamo ad affrontare due sfide principali: la prima è garantire che gli sforzi in atto per contenere la spesa in campo sanitario non vadano a intaccare la qualità dei servizi erogati; la seconda è quella di sostenere regioni e province autonome che hanno una infrastruttura più debole, affinché possano erogare servizi di qualità pari alle regioni con le performance migliori.

Azioni concrete: rivedere l’articolo 117 al fine di assegnare in maniera inequivocabile allo Stato il ruolo di tutela della salute assicurando una uniforme erogazione dei Lea in tutte le regioni e riallineando il SSN sui principi di equità e universalismo che lo contraddistinguono.


13.10 Finanziamento del SSN


Dal VII Rapporto RBM-Censis 2016 emerge che l’Iitalia continua ad avere una spesa sanitaria pubblica in rapporto al Pil, inferiore a quella di altri grandi Paesi Europei. Nel nostro Paese è pari al 6,8% del Pil, In Francia all’8,6%, in Germania al 9%. Sprechi ed inefficienze (circa il 20% della spesa) dovuti a cattive gestioni, prestazioni inefficaci, frodi ed inappropriatezza completano questo quadro. Il SSN, organizzato come un quasi mercato, ossia come un mercato regolamentato, presenta una forte discrepanza a livello di spesa e di qualità dell’offerta in seno alle varie strutture e, soprattutto, tra le varie Regioni. L’aziendalizzazione ha fallito il suo obiettivo: la spesa sanitaria regionale ha continuato a crescere senza controllo, raggiungendo in alcune Regioni deficit elevati.

Contestualmente l’entità̀ del Fondo Sanitario Nazionale ha continuato a essere definita attraverso una trattativa Stato-Regioni, piuttosto che sui costi effettivi dei bisogni della popolazione, e la modifica del Titolo V della Costituzione ha impedito allo Stato di intervenire attivamente nei processi di riorganizzazione delle strutture e dei servizi sanitari regionali necessari ad ottenere un riequilibrio della spesa, limitandosi a imporre aumenti di tasse, ticket e blocchi del turn-over che hanno aggravato la situazione. Oggi, il sempre maggiore divario tra fabbisogni sanitari e copertura finanziaria pubblica rendono insostenibile l’attuale sistema. Tra i paesi del G7 l’Italia è fanalino di coda per spesa sanitaria totale e pubblica (3.272 dollari contro la media di 3.814 dollari, dati OCSE), ma seconda per spesa a carico dei cittadini.

Solo il 12% dei 35 miliardi di euro della spesa sanitaria out of pocket sono stati intermediati da polizze e fondi sanitari (in Gran Bretagna il 41% della spesa sanitaria out of pocket è intermediata da polizze e fondi sanitaria, in Germania il 44%, in Francia il 67%), l’88% è invece out of pocket, cioè direttamente pagato dai cittadini. Sono quasi 4 milioni gli Italiani in difficoltà per le spese out of pocket. Di questi, 300.000 dicono di essersi impoveriti a causa di spese socio-sanitarie; 1 milione ha sostenuto spese sopra il proprio reddito; ed è salito a 12,2 milioni il numero di persone che nell’ultimo anno hanno rinunciato o rinviato almeno una prestazione sanitaria per ragioni economiche (1,2 milioni in più rispetto all’anno precedente).

Azioni concrete: aumento dell’investimento in sanità in accordo con gli standard europei. Revisione della gestione dei costi. Riconoscimento e sviluppo del ruolo imprenditoriale del SSN nella gestione della spesa sanitaria pubblica e privata. Regolamentare i 35 miliardi di spesa sanitaria privata, per meglio tutelare i consumatori, integrandola con le prestazioni del SSN per evitare sovrapposizioni o gap informativi. Potenziamento dei sistemi di controllo e di qualità sulla sanità pubblica e sulla sanità privata.